venerdì, 04 luglio 2008
<<Che roba è?>> chiese I guardiani della notte in versione paperback.
I libri erano saliti sulla scrivania, costeggiando la nera superficie piena di tasti vicino allo schermo. Aveva una forma quasi tondeggiante, e non era collegata ad alcun cavo. <<Una tastiera wireless>> rispose Contact di Carl Sagan.
<<Serve a scrivere, comunicare con il pc.>>
Si avvicinò a una seconda sagoma di plastica rossa, più piccola e levigata, al cui interno brillava una debole luce che metteva in mostra i microchip sottostanti. <<Questo è il mouse>> continuò a spiegare Contact mentre tutti ascoltavano. <<Tra poco scoprirete come si usa.>>
Quando Windows Xp terminò le sue operazioni di avvio, e ci vollero diversi minuti per far scomparire la clessidra di caricamento, lo schermo trasmise l’immagine di uno sfondo. Era una specie di mappa, ricca di colori pastello e dettagli, interamente vergata a mano. Namaeria spiccava a caratteri evocativi in alto, a sinistra. Il resto dello sfondo era pieno di icone dai nomi più svariati, sparse disordinatamente su ogni pixel libero. Mozilla Firefox, Msn Live Messenger, Risorse del computer, Cestino, questo lessero i libri sondando in religioso silenzio l’ignoto di quella tecnologia.
Allora Contact passò la mano sul mouse, e tutti videro che un cursore virtuale si spostava sul desktop in accordo ai suoi movimenti. Si poteva interagire.
<<Vediamo cos’abbiamo qui…>>
<<Forse non dovremmo farlo>> disse Blaze a bassa voce. <<In fondo non sono affari nostri.>>
<<Ma no, sarà divertente! Questa macchina è piena di segreti, possiamo farci un sacco di cose. Guardate!>>
Il cursore si spostò su una cartella, My multimedia, che si aprì con un doppio click di quello strano aggeggio. Apparvero altre sottocartelle. Musica, Immagini, Video. Contact entrò in Immagini.
C’erano centinaia di foto dove Steven era in compagnia di amici, da solo, ma anche scorci bellissimi dei luoghi più svariati. Venezia, Londra, Parigi, il Trentino Alto Adige, immortalati in meravigliose sfumature di toni ora caldi, ora freddi, ora illuminati dal crepuscolo o da una malinconica alba. <<Sembra di stare davvero in quei posti>> disse Tutto è fatidico a bocca aperta. Cambiarono cartella. Una in particolare li incuriosì, perché il nome tradiva grandi ambizioni. Miei scritti.
<<Miei scritti? Da quando Steven scrive?>>
<<Da sempre.>>
StefanoRomagna - 12:05 -
Permalink -
commenti (18) -
commenti (18) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
martedì, 01 luglio 2008
Il grandioso senso di frescura dovuto allo split acceso fu nulla in confronto alle scoperte successive. Si, perché fino a quando Steven era in zona i libri non potevano godere di tanta libertà. C’era poco tempo tra una capatina e l’altra del ragazzo, quindi dovevano fare attenzione, i nervi sempre tesi e gli occhi impegnati in sguardi fugaci verso la porta d’ingresso. Adesso invece, complice la mancanza del padrone di casa per un periodo così lungo, nei volumi era nata l’irresistibile curiosità di andare in avanscoperta, toccare il toccabile, armeggiare con ogni oggetto che le minuscole manine potessero stringere nel palmo.
La speranza era che la magia si ripetesse. Era avvenuto per il condizionatore, accadde ancora con il pc. Blaze, nell’edizione rilegata acquistata con Repubblica, si avvicinò al massiccio case nero con gli occhi accesi da una frenesia incontenibile. Poi premette il pulsante d’avvio e arretrò in fretta, come per paura di qualcosa. Non accadde nulla. Allora riprovò ancora.
Nulla, il pc continuava a dormire in barba ai volumi che nel frattempo gli si erano riuniti intorno. <<C’è qualcosa che non va.>>
<<La spina è staccata>> disse Il ciclo della fondazione di Asimov, sbuffando dall’alto della sua postazione in cima alla libreria.
<<C-cosa? La spina?>> chiese Blaze, l’espressione sorniona di chi non aveva capito un tubo.
<<Esatto, genio. La spina.>> Inarcò lo sguardo verso l’alto, sconvolto da tanta ignoranza mentre raggiungeva il gruppetto. <<Come pensi che funzioni un apparecchio del genere? Ad aria? Se non lo colleghi alla presa di corrente non si accenderà mai. Voi terrestri siete così indietro, tecnologicamente parlando.>>
Blaze ruggì, infastidito. Nessuno gli aveva mai spiegato cosa fosse una spina, o una presa, o altri generi di diavolerie. Dietro lui Cujo latrò in modo agghiacciante, spalleggiando il compagnio. Dalla bocca colava la saliva tipica di un cane idrofobo, famelico.
L’atmosfera, nonostante i 22 gradi che segnava il termostato, si stava surriscaldando troppo. <<State calmi>> implorò La leggenda di Earthsea in modo stridulo. Si parò davanti ai libri con le braccia tese da una parte all’altra per separarli. <<Non c’è bisogno di arrivare a tanto!>>
Blaze la ignorò, scostandola con malagrazia. <<Non ti immischiare, maestrina. E tu non prenderti gioco di me, esploratore di galassie, altrimenti sai che faccio? Piglio la tua astronave te la ficco su per il…>>
<<Basta.>>
La signora delle tempeste aveva parlato, la vocina di un’adolescente e il tono di comando che zittì tutti. I suoi occhi brillarono, accesi da un potere terribile. Dorylis, e al pensiero di quel nome calò la calma.
<<La spina è troppo lontana e nascosta dagli altri cavi. Non ci arriverete mai né volendo né continuando a sbraitare in questo modo. Ma non sarà necessario, ci penso io. Ah, Eldest, forse è meglio se ti sposti.>>
<<Perché?>> chiese il secondo libro di Paolini.
Partì una saetta, velocissima, seguita da un rombo breve e intenso. La lingua bluastra mancò per un soffio la sua copertina rosso fuoco. Eldest si gettò a terra urlando per la paura, con la coda dell’occhio vide che il fulmine aveva colpito il pc. Scariche elettriche avvolsero il case.
<<Te l’avevo detto che dovevi spostarti.>>
Eldest ansimò rumorosamente, ancora in preda allo shock di essersi vista quasi incenerita. <<Tu sei matta da legare!>>
<<Si, lo so>> e la sua fu una risata colma di follia <<e non avete ancora visto nulla. Quando mi colpirà il mal della soglia ci sarà da ridere.>>
<<Prova adesso>> continuò con noncuranza rivolta al romanzo di Stephen King.
Blaze schiacciò ancora il pulsante di accensione. Il pc partì, la ventola interna riprese a ruotare con un suono cigolante. Lo schermo sulla scrivania lampeggiò per un istante, poi le immagini sulla superficie presero a susseguirsi, mostrando statistiche a loro incomprensibili e lo strano logo del sistema operativo. Funzionava tutto.
StefanoRomagna - 20:02 -
Permalink -
commenti (22) -
commenti (22) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
sabato, 28 giugno 2008
I giorni si susseguivano uno dietro l’altro, tutti uguali, tutti intrisi in un velo di noia, un lungo lenzuolo senza pieghe, senza la minima novità. In molti si chiesero per quale motivo L’ombra del vento non stemperasse un po’ le cose con qualche fresca folata rigenerante.
<<Dai, renditi utile come ogni buon nuovo acquisto>> era stata una cantilena continua, fastidiosa e stucchevole. <<Altrimenti finisci nel dimenticatoio.>>
<<Il mio nome è fuorviante>> aveva replicato lui, l’accento spagnolo nella voce e un tono stizzito che non lasciava adito a dubbi.
La libreria sapeva essere molto antipatica, quando ci si metteva. Sapeva esserlo sempre, a dire il vero, e il tedioso disagio dell’estate di certo non aiutava. Era un incubo a occhi aperti, un inferno domestico dilagante che la canicola poteva solo acuire.
I volumi recenti impallidivano sempre, tranne nei rari casi in cui si trattava di episodi legati a saghe e di uno stesso autore già presente sulle agognate mensole. Per loro la strada era privilegiata, si apriva una corsia preferenziale. Per gli altri, beh… la visione di un intero scaffale di Stephen King che passava la notte a fissarti con gli occhi accesi da un ardore omicida era un deterrente molto efficace per chiarire chi contasse e chi no. Ma l’equilibrio arrivava per tutti, era solo questione di tempo. Solo Insomnia capiva cosa voleva dire non dormire.
Poi arrivò un mezzo miracolo, e fu del tutto casuale come quelle cose che ti capitano quando meno te lo aspetti.

Nihal della terra del vento stava saltando sul divano come una forsennata, la sovraccoperta che pendeva da un lato, le pagine aperte, strani inni a un dio elfico della guerra caduto da tempo. Si esercitava spesso in quel modo, erano acrobazie, un qualche tipo di esercizio militare che gli altri osservavano con palese scetticismo. Così il romanzo della Troisi, che zampettava da una parte all’altra, finì col calpestare uno strano rettangolo di plastica bianco, pieno di bottoni che sporgevano a rilievo non lontani da un display grigio incassato. Si udì un bip, il suono elettronico di qualcosa che si era avviata. Andò nel panico, mettendosi a piangere per la trentacinquesima volta consecutiva nell’arco della stessa giornata. <<La solita lagna>> la punzecchiò Un nuovo regno.
Fu allora che la gigantesca scatola ancorata alla parete opposta rumoreggiò debolmente. L’aria fredda scaturì in un flusso dapprima lento, poi via via più forte. Aria gelida, continua e bellissima invase la stanzetta surriscaldata, sollevando polvere. La temperatura calò in fretta e i libri guardarono verso l’alto, sbigottiti da quello strano fenomeno di origine sconosciuta, mentre la frescura iniziava a cullarli, ad asciugare il sudore e lenire la spossatezza. Si aprì un sorriso da una parte all’altra delle copertine, un giubilo si levò alto, all’unisono.
Avevano appena scoperto le gioie dell’aria condizionata.
StefanoRomagna - 18:40 -
Permalink -
commenti (18) -
commenti (18) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
sabato, 21 giugno 2008
Steven era via per le vacanze estive. Valigia pronta, biglietto aereo in mano, dopo aver sprangato la porta a cuor leggero, indifferente al fatto che la casa sarebbe rimasta disabitata per quasi un mese e mezzo, non aveva in testa altro che mare e spiaggia. Ignorava i misteriosi fenomeni che gli scoppiavano sotto il naso ogni qual volta se ne andava. Dentro c’era un caldo da fornace, insopportabile in uno spazio tanto ristretto. Le pareti opprimevano, il senso di pesantezza era ovunque, non c’era angolo che scampasse a quell’atmosfera.
Ogni singolo respiro pareva pesare come se l’aria fosse stata fatta di carta vetrata. Le persiane erano abbassate, quindi la penombra scongiurava l’attitudine quasi perversa del sole a lasciar sì che i suoi raggi si accanissero penetrando le fessure per dodici ore filate. Solo quando calava il tramonto, e l’astro infuocato si tramutava in una sfera dai colori appassiti, le cose miglioravano un po’.
Il frigo era spento, il pc dal case nero su cui la polvere si accumulava finalmente libero di riposare. Se i suoi circuiti avessero avuto facoltà di parola, avrebbero ringraziato, dopo giorni e giorni di utilizzo costante. La ventola di raffreddamento, ormai logora per gli anni, si era quasi fusa. Anche il modem wireless era dello stesso avviso, e tanto valeva per la tv di fortuna sulla cassapanca e il Wii in letargo sul tavolino.
I libri dal canto loro, anche se liberi di gironzolare per la stanza senza preoccupazioni, ma non certo immuni alle tremende temperature di agosto, sudavano macchiando la carta di brutti aloni scuri. Almeno però loro potevano sgranchirsi le gambe, chiacchierare, passare il tempo a farsi terribili dispetti o morbide coccole. Avevano facoltà di scelta.
C’era invece chi stava messo molto peggio, a volerla dire tutta. Come i libri pessimi, quelli che non andavano scritti, quelli che Steven aveva inserito nella categoria “da evitare come la peste” nel corrispettivo virtuale della sua libreria, Anobii.
Quei poveri diavoli, sfigati dal destino o da una penna senza arte né parte, erano miserabili biasimati da tutti, menzionati solo quando si toccavano certi discorsi. Quando i paragoni si sprecavano e si sentiva la necessità, tra un dialogo e l’altro, di trovare termini di paragone nel senso più abietto del termine.
Il solo posto adatto a loro era una rozza scatola di cartone nascosta dentro l’armadio, sigillata con del nastro isolante. I libri meritevoli si erano sbizzarriti a scegliere un nome adatto, da semplice Scatola a Pozzo dello scempio artistico a Buco ove i neuroni muoiono.
Solo su una cosa si erano trovati d’accordo, e spiccava sulla superficie del cartone come marchiata a fuoco. Una A gigantesca. Stava per Aberrante o Atroce, a seconda dei casi, e avrebbe fatto invidia alla Lettera scarlatta. Tuttavia entrambi i termini non spostavano di un millimetro la lancetta di un ipotetico valore artistico, in costante picchiata verso il basso. Nessuno doveva vedere quegli orrori, nessuno doveva leggerli nella maniera più assoluta. Sarebbero stati fonte di vergogna e scherno da parte di ogni lettore con un minimo d’esperienza, e alla sua reputazione Steven ci teneva troppo.
Ogni tanto li si sentiva urlare, lamentarsi nel buio per il troppo caldo, la puzza di stantio, costretti a respirare quell’aria viziata. C’era stata una volta in cui, nel cuore della notte, Tre metri sopra il cielo aveva iniziato a piangere convulsamente. Una nenia fastidiosa che non cessava.
<<A buzziconi! Ce fate uscì o no?>> chiedeva con la voce rotta dai singhiozzi. <<Kuesto nn è posto per me.>>
<<N’fatti>> aveva risposto Ho voglia di te, in un accento romanesco distorto e portato agli estremi. Allora La leggenda di Earthsea si era alzata con la diligenza di una maestrina e aveva aperto l’armadio nel modo più silenzioso possibile, perché Steven ai tempi era ancora in casa, e pur ronfando nel lettone, poteva svegliarsi.
Si era avvicinata alla scatola e con grazia aveva mollato un sonoro calcio al cartone sussultante, facendo attenzione che la sovraccoperta non le cascasse rivelando le sue gambe vecchie e rinsecchite da signora suprema del Fantasy. Poi aveva freddato quegli abomini con il più semplice ammonimento che l’ora tarda le permetteva di partorire, detto con un’impeccabile accento e la stessa musicalità della sua prosa: <<Tacete, e meditate.>>
Breve ma sentito.
<<Ahò, ma ki 6?>>
Stavolta era stato Scusa ma ti chiamo amore a parlare, e a quella frase tanto brutta il capolavoro di Ursula K. Le Guin non poté che rabbrividire di disgusto. <<Shhh…>> intimò, imbrigliando la collera crescente. E dato che a quanto pare gli Aberranti parlavano una lingua diversa dalla sua, decise di venire al sodo con una minaccia che non si poteva ignorare, che era universale: <<Abbiate la decenza di imparare l’italiano, capre belanti che non siete altro. Se sento ancora una parola giuro che vi sguinzaglio contro il drago di Pendor!>>
Per un istante cadde il silenzio.
Ma poi Twilight, che forse non aveva ancora capito quanto La leggenda fosse arrabbiata, o forse perché era il libro più lontano, schiacciato verso il basso dai libri di Moccia, azzardò una richiesta. <<Come sta il mio Edward? Mi mancano i suoi occhi d’oro, la sua voce che è dolce come una cucchiaiata di miele, le sue spalle possenti come rocce, le sue labbra morbide, i suoi…>>
La leggenda lo interruppe, mollando un altro calcio. Gli occhi rotearono fino a mostrare il bianco, le mani corsero alle sue orecchie violentate. E partì una voce così acuta da lambire la sfera più alta degli ultrasuoni. Per questo un gatto, forse quello del piano di sotto, si lamentò, miagolando come se qualcuno gli avesse pestato la coda. <<Chiudi quella boccaccia, cerebrolesa!>>
Il tomo della Le Guin si sorprese a tal punto di sé stesso che fu a tanto così dal capitombolare giù, complice l’artrite che lo stava divorando. Mai aveva usato un linguaggio tanto sboccato, mai l’ardire di certi termini avevano violato la sua bocca. Arrossì, vergognandosi.
Eppure era servito, perché dopo quell’ennesimo battibecco gli Atroci si erano quietati e il Buco ove i neuroni muoiono finalmente dormiva. Allora si accertò che Steven fosse ancora nel mondo dei sogni e quando vide che non c’era pericolo a sgattaiolare fuori, dove la luce della luna tracciava un raggio nitidissimo e avrebbe potuto rivelarlo, scese e raggiunse la sua mensola di sempre.
StefanoRomagna - 12:13 -
Permalink -
commenti (26) -
commenti (26) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
martedì, 11 marzo 2008
Rubare la scena e accaparrarsi l’attenzione del padrone contava sempre più di tutto il resto, una volta varcata quella soglia. Sgomitando e lottando, i pestiferi volumi si erano conquistati un cantuccio da difendere, e non aveva alcuna importanza che fosse nel cuore del padrone o su qualche mensola impolverata. Contava esserci.
<<Io sarò il prossimo>> aveva detto una volta L’amuleto di Samarcanda fresco d’acquisto, scatenando il disappunto di tutti.
<<Scommetto che invece tocca a me>> aveva risposto con sdegno La bambina che amava Tom Gordon, guardandolo male.
Gli puntò contro l‘indice della manina, in un gesto d‘accusa. Poi disse con la sua stridula voce infantile: <<Sei appena arrivato e già speri di saltare la coda? Mettiti in fila, bello, se non vuoi fare una brutta fine.>>
A quell‘affermazione il penultimo scaffale si perse in una risata di scherno talmente tenebrosa da far accapponare la pelle. Era proprio la mensola horror a dettar legge. It vomitò un agghiacciante palloncino rosso sangue, che fluttuò nella stanza per poi esplodere con un rumore sordo. Pet Sematary lo seguì a ruota con un cupo miagolio di morte. <<E’ da mesi che va avanti con Stephen King senza smettere>> continuò La bambina che amava Tom Gordon, mettendo alle strette il nuovo acquisto, talmente impaurito da non aver più aperto bocca.
<<E poi non hai notato come ammicca? Non vede l’ora di iniziare a leggermi, perché mai dovrebbe preferire te?>>
<<Si, è vero>> si era sbilanciato La lunga Marcia, spalleggiando la sorella in un raro momento di pausa che lo vedeva immobile, quando di solito era sempre impegnato a correre intorno al letto, pena l‘eliminazione.
Dialoghi del genere ce n’erano stati a centinaia, e anche di molto più aspri. Era una continua lotta che si interrompeva solo quando tornava il padrone, per poi riprendere un istante dopo, tra bisbigli e dispetti. Competizione pura, e tanto era bastato al romanzo di Stroud per capire che non doveva fare il furbo. C’erano punizioni severissime per i trasgressori, come la volta in cui Misery, in un folle gesto impulsivo, fu a un soffio dal tarpare le gambe al Codice da Vinci, tirando fuori dalle pagine un'ascia affilatissima che urlava "sei una sporca burba."
Ad ogni modo nessuno avrebbe detto, tempo dopo, che L’amuleto di Samarcanda, arrivato così in sordina, si sarebbe rivelato tanto appassionante da spingere Steven a collocarlo vicino agli Harry Potter. E la scelta stessa della mensola era una corsa allo scaffale migliore. Sebbene fosse il padrone a riordinare i libri, non si accorgeva mai che quest‘ultimi cambiavano di posto. Senza esclusione di colpi, più di una volta ne aveva trovato alcuni riversi sul pavimento, frutto di uno spintone dell'ultimo momento, con le pagine sgualcite e la rilegatura verso l’alto.
Nonostante la stranezza di tali situazione, mai gli sarebbe passato per la testa che la vita nasceva in quella stanza ogni qualvolta lui la abbandonava. Era un ragazzo un po’ tonto, dopotutto. Talmente tonto da non accorgersi che Le notti di Salem, a causa di uno spregevole tiro mancino accuratamente studiato dai libri fantasy, era stato trascinato durante il giorno sotto la finestra illuminata dal sole, e la pregevole copertina di lusso dell’edizione K&S stava fumando e accendendosi pian piano.
Il povero romanzo, costretto a dormire, rischiava di consumarsi per combustione spontanea senza poter far nulla. Ma il destino volle che il padrone rincasò subito dopo, scongiurando una fine atroce a uno dei suoi libri preferiti del Re, che se l’era cavata solo con un grosso buco al centro dell’illustrazione. Si era limitato a rimetterlo sulla libreria, ignorando quanto all’interno stesse soffrendo, e cosa ancora peggiore, quanta cieca vendetta avrebbe scatenato una volta sveglio.
C’era stata una sola eccezione, nella scelta dei posti: i volumi di fantascienza si erano ribellati, pretendendo lo scaffale più alto perché, a loro dire, li faceva sentire più vicini al cielo. Non era stato semplice, ma alla fine tutti gli altri avevano ceduto. Così i romanzi di Asimov, Clarke e Sagan avevano conquistato il podio. La prospettiva di vedersi incenerire da una meteora, o peggio ancora invadere dagli alieni di Vega, non era poi tanto allettante. Meglio rassegnarsi a una mensola più discreta, piuttosto che vedersi scatenare una guerra intergalattica.
I disegni sono sempre a cura di Comicfun.
StefanoRomagna - 15:26 -
Permalink -
commenti (62) -
commenti (62) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
mercoledì, 05 marzo 2008
Ne erano sempre accadute di tutti i colori, in quel microcosmo segreto. All’insaputa di Steven erano state consumate battaglie all‘ultimo sangue e lanciati incantesimi senza perdono. Alleanze fra loro, addirittura.
Non c‘era sorte peggiore per un libro quanto il capitare in mezzo a una vera e propria faida, e l’ultimo arrivato ne pagava sempre le conseguenze. Steven, vorace amante della lettura, ne acquistava almeno uno ogni dieci giorni, quindi capitava spesso. Scaramucce memorabili, invidie malcelate, bronci che duravano settimane. Era di vitale importanza imparare le gerarchie che regolavano la libreria tanto quanto l’evitare di pestare la pagina a qualcuno.
Eppure, una volta varcata la soglia del monolocale, tutto taceva. Era come se lo spirito vitale dei volumi di carta, che tanto imperava tra quelle quattro mura, cessasse d’improvviso d’esistere.
C’era qualcosa di molto più profondo, in camera da letto.
Strani poteri si agitavano nell’ombra, e le ombre stesse potevano parlare a chi fosse stato in grado di ascoltarle. Magia, di quella vera. Ogni qual volta il ragazzo lasciava la casa, i libri prendevano vita.
Lo facevano anche quando lui dormiva, a dire il vero, sebbene toccasse loro muoversi con molta più attenzione. Amavano la notte, in particolare i volumi di Stephen King e tutti quelli legati al vampirismo. Dracula di Stoker adorava passeggiare sul balcone. Di tanto in tanto, dopo aver lasciato la libreria in punta di piedi, apriva la finestra senza il minimo rumore e usciva all’aria aperta, a scrutare il cielo, così diverso dalla Transilvania, e gli uccelli del crepuscolo. Costretto, per ovvi motivi, a riposare durante tutto il giorno, non perdeva occasione appena calava il sole e la situazione lo permetteva. A volte lo accompagnava Intervista col Vampiro, di Anne Rice, e insieme danzavano come innamorati alla pallida luce lunare.
Egli era dotato di sottili ali membranose, da spiegare all‘occorrenza.
Ma sapeva bene che se solo avesse spiccato il volo, l’incantesimo che lo legava all’appartamento non gli avrebbe lasciato che pochi metri di manovra, per poi lasciarlo precipitare inerme dal sesto piano, verso il cortile interno e morte certa. Così, nonostante l’irrefrenabile istinto, rinunciava ogni volta, lanciando alle stelle sguardi tristissimi. Dracula poi, spalleggiato da It e Pet Sematary, era anche il libro più temuto. La sua voce, profonda come una caverna senza fondo, era stata capace di zittire anche il borioso Signore degli Anelli, quando una volta si era permesso di dire che Tolkien era un maestro d’ogni genere, non solo fantasy. Il diverbio aveva creato un po’ di scompiglio, risolto con la forza.
<<A ciascuno il proprio genere>> aveva detto il capolavoro di Stoker, tenendo in ostaggio Lo hobbit, e nessuno aveva più osato contraddirlo con tale ardire. Se c’era infatti un motivo valido per cui il tomo di Tolkien non era ancora stato fatto a brandelli, nonostante l’astio di tutti, era che nessuno di loro poteva arrivare a tanto. Ogni libro era consapevole dell’importanza che incarnava. Ognuno, tranne qualche eccezione, aveva un posto speciale nel cuore di Steven. E renderlo felice era il loro principale scopo. Tanto bastava a evitargli il rischio di finire in coriandoli, sebbene le torture fossero comunque ammesse. Fu in un’occasione come quella, solo pochi mesi prima, che Steven fu sul punto di capire tutto.
StefanoRomagna - 14:18 -
Permalink -
commenti (62) -
commenti (62) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
martedì, 04 marzo 2008
<<Polvere? Chi ha parlato di Polvere?>>
La bussola d’oro in edizione economica saltò giù dallo scaffale, trafelata. Pur non avendo un naso, l’espressione del visino sulla copertina fu ben più che eloquente. Annusava, in una posizione che era una via di mezzo tra il comico e l'assorto. Sgranò gli occhi una volta, studiando l’ambiente vuoto. Poi, dopo essersi arrampicata sul letto, si rivolse al Signore degli Anelli con aria stupefatta: <<Sacrilegio! Il magisterium la proibisce! Niente Polvere, o gli universi si scontreranno!>>
Degna di un Nostradamus, iniziò a cantilenare parole sconnesse.
<<Lo dicono le streghe, la profezia si compirà!>> e continuo con lo stesso serissimo tono. Ma il Sda replicò con uno sguardo pieno di falsa compassione. C‘era la gloria del passato nel tono di voce, nei gesti, nell‘espressione colma di stizza. Ma c‘era anche l‘orgoglio e la presunzione tipica dei grandi capolavori.
<<E’ stato un bene che La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra non si trovino qui>> disse a denti stretti (come se li possedesse).
<<Voi esponenti della fantasy moderna siete così… pretenziosi.>>
Camminava avanti e indietro sulla trapunta, come se stesse tenendo il discorso del secolo, e il disprezzo affiorò livido a ogni nuova parola. <<Senza contare>> continuò con lo stesso impettito atteggiamento <<che fate ingiustamente gruppo! Ho sopportato l'oltraggio di avervi sulla stessa mensola, ma adesso mi sono proprio stancat…>>
Il tomo di Tolkien non fece in tempo a terminare la frase, poiché anche il resto della libreria era ormai un unico sussulto di vocine e movimenti. Un Wingardium Leviosa si levò dal nulla, seguito da un guizzo di luce velocissimo che lo colpì tra le pagine di lussuosa carta lucida. Il Sda si ritrovò all’improvviso in aria, sospeso a galleggiare sulla punta di un piccolo tornado. La copertina venne via, lasciando il corpo del libro nudo come appena uscito dalla stamperia. Le manine corsero a coprirlo, la faccia rossa e velata d’imbarazzo incontenibile.
Harry Potter e l’ordine della Fenice si mise a ridacchiare, contratto in una smorfia divertita. <<Dicevi?>> chiese sornione rivolto al tomo a mezz’aria. <<Adesso non fai più tanto lo sbruffone…>>
<<Mettimi giù>> urlò il tomo, e a un tratto si sentì distintamente il rumore di migliaia di tamburi provenire dal suo interno. Gli Uruk-Hai, i feroci orchi della Terra di Mezzo, premevano per uscire. Il sda si gonfiò, lanciando sguardi di fuoco a destra e manca.
<<Non costringermi a liberarli>> disse con ira crescente.
Solo in quel momento, con un gesto energico, Harry Potter e la pietra filosofale lo sciolse dall’incantesimo. <<Non hai il benché minimo senso dell’umorismo>> disse a bassa voce. I restanti libri della saga approvarono sommessamente. Il Sda raccolse la copertina, che nel frattempo si era afflosciata sulla trapunta, e se la rimise addosso in fretta e furia, mentre il rumore di tamburi morì con la stessa velocità con cui era nato. <<Non dovresti provocarlo in quel modo>> disse La pietra filosofale rivolto al fratello Ordine della fenice. Bisbigliavano tra loro, ancora sulla mensola e affiancati in rigoroso ordine cronologico. <<Sai quanto è suscettibile, ignoralo e vivremo meglio tutti!>>
<<E perché mai dovrei?>> chiese lui, guardando oltre La camera dei segreti in preda a un rumoroso sbadiglio. <<Non hai visto con che supponenza ha trattato La bussola d’oro?>>
<<E ti stupisci ancora? I classici sono così, c’è ben poco da fare.>>
Si accorsero solo in quel momento che Il trono di spade, dalla mensola più alta, li stava ascoltando. E aveva un ghigno che presagiva guai.
StefanoRomagna - 14:50 -
Permalink -
commenti (30) -
commenti (30) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog:
lunedì, 03 marzo 2008
Ladies and Gentlemen, ecco un racconto nuovo di zecca, anche questo a puntate. Buona lettura.
Polvere ovunque. Che fosse sulla scrivania, o in qualche angolo dei muri sbilenchi, non c’era verso di mandarla via. Più Steven puliva, più ne ricadeva. A scacciare la fastidiosa patina da tutto il mobilio non era bastato l’olio di gomito né la buona volontà del ragazzo. Neanche Swiffer Duster, a volerla dire tutta. Milioni di particelle messe in moto dalle continue correnti d’aria splendevano come tanti diamanti, alla luce dei primi di Marzo. Le pareti del monolocale andavano ridipinte, questo pensava il suo inquilino. Aveva rimediato con qualche quadro gradevole, ma questo non ne mascherava abbastanza l’intrinseca bruttezza.
Una goccia di sudore gli imperlò la fronte, decise quindi di fare una doccia, dopo ore di vana pulizia. Fuori c’era una temperatura innaturalmente alta.
Le finestre spalancate davano su un balconcino rozzo e di dubbio gusto che correva fino alla cucina. Dal sesto piano si godeva di una vista mozzafiato, la città in fermento incorniciata dalle montagne in lontananza, sebbene la calura di mezzogiorno ne sporcasse in qualche modo la globale nitidezza. In camera invece, nient’altro che un letto, un armadio dalle orrende tonalità verde acqua e una scrivania con numerosi ripiani nell’angolo a sinistra. Su di essa trovava posto qualche dvd, le casse e un monitor, mentre in basso, incastonato nell’apertura adibita a tale scopo, stava un pc nero metallizzato sempre acceso.
A destra della cassapanca, su cui una tv di fortuna faceva bella mostra di sé, si stagliava una libreria.
In legno di faggio laccato, le sei mensole traboccavano di libri. Impolverati, ovviamente. Tra i volumi ammassati c'erano prime edizioni, a copertina rigida, paperbook economici. La libreria stava un pò in disparte nell'immota atmosfera dell'ambiente, così impregnata di ricordi e situazioni. Ma vi era una consuetudine bizzarra, fra quelle quattro mura, che non lasciava dubbio alcuno ed era tutt‘altro che ovvia. Strane cose avvenivano quando nessuno era presente. Troppo preso dalla routine quotidiana, Steven non ci aveva mai fatto caso. Eppure un occhio allenato avrebbe notato subito la miriade di dettagli fuori posto ogni qual volta la porta veniva chiusa e calava il silenzio. Il ragazzo si asciugò e vestì in fretta. <<E’ tardissimo>> constatò guardando l’orologio. Poi prese le chiavi di casa, portafoglio e sigarette, e uscì di casa sbarrando l’accesso con una tripla mandata d’ingranaggi. Accadde non appena il click della serratura si disperse nel silenzio. Un rumore di starnuto vagamente umano, ma che non lo era del tutto. Sommesso come se fosse di qualcuno incapace di trattenerlo, proveniva dalla libreria.
Steven, ancora sul pianerottolo esterno, chiamò l'ascensore. Attese poco meno di un minuto, poi entrò e scese al pianterreno, senza il minimo sentore che qualcosa non andava a solo pochi passi da lui.
Un secondo starnuto, questa volta accompagnato da un visibile sbuffo di polvere, si fece strada con la veemenza classica di ogni riflesso incondizionato.
La libreria tremolò per un secondo. Un terzo liberatorio starnutò avvampò nella cameretta, incendiando l'aria di magia. Il Signore degli Anelli si mosse, dapprima lentamente, poi sgusciando via dai numerosi libri affiancati fra di loro sopra la quarta mensola, dedicata al genere fantasy. Dal corpo del libro apparvero due piccole gambe sottili e altrettante braccia, mentre sulla copertina si aprirono due fessure simili a occhietti.
<<Mai vista tanta polvere>> disse sgranchendosi le articolazioni. <<Neanche al Fosso di Helm!>>
StefanoRomagna - 17:40 -
Permalink -
commenti (26) -
commenti (26) (popup)
Categoria: racconti
Add your blog: