lunedì, 07 luglio 2008



Martin si svegliò all'improvviso, in preda a un incubo. Era un'inquietudine lacerante, la sua, che l'aveva spinto ad alzarsi per controllare che tutto fosse a posto. Nell'attimo in cui la vista si abituò al buio, scoprì che Rachel non era lì con lui.
Mio Dio, pensò, scosso ancora dal torpore.
Lo avvolse una macabra consapevolezza. Mio Dio.
Con un balzo uscì dal letto e corse giù per scale, terrorizzato a morte. In quegli attimi d'angoscia gli passò davanti tutta la sua vita. E quando il cuore fu sul punto di esplodere per i battiti accelerati, la trovò che giaceva riversa a terra, svenuta. Esattamente come nell'incubo, nella stessa, statica posizione.
Non era ancora chiaro cosa fosse accaduto. Si accorse del giocattolo lasciato sui gradini solo quando anche lui lo aveva calpestato e fu sul punto di cadere. Ma era stato più svelto, e le mani saldamente strette alla ringhiera lo sorressero. Che diavolo ci fa qui la roba di Lacey?
Prima di pensare ad una risposta, fu sulla moglie. Le si avvicinò controllando il polso. C'era battito, e respirava.
Grazie al cielo! In testa però andava formandosi un grosso ematoma, rosso e pulsante. Doveva aver battuto con forza, per ridursi in quel modo. <<Tesoro?>>
Rachel non dava segni di risposta ai suoi richiami preoccupati. Si guardò intorno, colto da un panico che non aveva mai provato prima d'ora. La scosse leggermente, scrollandola per le spalle, ma il risultato fu il medesimo.
Devo stare calmo. Le stanze oscure erano deserte, se non per i chiaroscuri di ombre proiettati qua e là sulle pareti bianche. Il silenzio aleggiante della notte sembrava strillare, custode di eventi che andavano inesorabilmente verso il loro compimento. Non c'era verso di farlo stare zitto. Martin pensò in fretta a una possibile soluzione.
<<Arrivo, amore. Cerca di resistere.>>
Corse in cucina, in cerca dell'aceto. La grande finestra sul lavello era spalancata e le imposte sbattevano al crescente vento del primo mattino, mentre una luna bianca come perle stava tramontando oltre il tetto degli Spotts. Lui si ricordava perfettamente di averla chiusa, ma al momento aveva altre preoccupazioni, così non badò al dettaglio. Grosso errore, Martin. I dettagli sono stati inventati per essere notati.



Quando trovò la bottiglia che cercava, ancora trafelato per l'accaduto, tornò da lei senza il minimo indugio. Allora la aprì, liberando un odore pungente che avrebbe risvegliato anche i morti, e sperò. Dopo aver annusato dalla bottiglia Rachel si destò quasi immediatamente, strappata a forza dallo stato incosciente in cui era piombata rovinando dalla scale. Era ancora stordita e visibilmente turbata. Dapprima le venne fuori solo un mugugno incomprensibile. Poi parlò.
<<Martin>> disse debolmente aprendo gli occhi. Si toccava le tempie con le mani proprio dove il bozzo si stava gonfiando.
<<Cerca di non parlare. Sei solo scivolata, andrà tutto bene.>>
<<Martin>> ripeté in modo atono. Si sforzò di guardarlo negli occhi, ma la vista annebbiata per la botta distorceva il profilo del marito, creando vaghi doppioni della stessa, familiare immagine.
<<Dimmi tesoro.>>
Le stringeva la mano, guardandola con occhi raramente tanto preoccupati. Rachel tentò di rimettersi in piedi, ma non ci riuscì. Fece ancora uno sforzo, ma il risultato fu di accasciarsi nuovamente al suolo. Era stata una brutta caduta, le doleva la schiena e scoppiava la testa di dolore.
<<Non devi muoverti, adesso chiamo...>>
<<La bambola>> lo interruppe lei, tentando di assumere un'espressione rilassata.
<<Devi sbarazzarti della bambola.>>
Aveva la voce impastata, come un singulto lamentoso, ma l'affermazione che aveva proferito era carica di tensione nonostante sembrasse completamente priva di senso. La bambola? Cosa stai dicendo?
<<Devo portarti subito in ospedale, potrebbe essere qualcosa di più serio.>>
Martin cominciò a tremare, in cerca del telefono per chiamare l'ambulanza. Sapeva che dopo un incidente del genere, se c'erano complicazioni, smuovere l'accidentato avrebbe potuto peggiorare le cose. E solo in quel momento, quando per la difficoltà dell'accaduto i due sembravano ancora innamorati, s'accorsero entrambi che una spettatrice inattesa li stava osservando, in cima alle scale. Rachel trattenne un urlo, mentre il viso le si tramutò in una maschera di puro terrore.

Lacey li scrutava con occhi spenti, come se non fosse realmente lì. Le  parvenze erano umane, ma aleggiava un malsano senso di morte intorno al suo corpicino stretto dal pigiama. Come un odore pungente che non ti abbandona neanche dopo una bella doccia. Un lezzo che permane, s’insinua, ti adombra.
Scese due gradini, lentamente, fissando i genitori con la testa leggermente ondulata.  Mise a fuoco la scena come se si fosse appena svegliata.
Non è mai andata a dormire, e questo lo sappiamo tutti!
Vi era una barriera, tra le lenti e il cupo buio di quegli occhi vacui.
Un intero mondo di dolore, colmo di demoni che sembravano quasi fare capolino da una parte all'altra, nell'anticamera dell'inferno. C'erano fiamme e il rossore del male. C'era un'irrequieta forza oscura, indefinita e disturbata, che si faceva strada attraverso il varco, strisciando verso di loro. Non come un serpente né lingue di nebbia, bensì paura efferata,  conscia di sé  e capace di colpire  anche dove non  è lecito.



<<Cos’è successo, mamma?>> chiese infine con una voce talmente indifesa da renderla ancora più agghiacciante. Tornò il freddo, il gelo e la disperazione, una potenza appena schiusa che li travolse da capo a piedi.

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martedì, 24 giugno 2008
Il dolore, assieme al freddo, era un binomio inscindibile in casa Trevor.
Non mancava mai, un pò come l'influenza di stagione o il caldo d'estate. Entrambe le cose andavano a braccetto,  diverse facce della stessa medaglia.
Non che fosse sempre stato così, poiché quella famiglia aveva avuto una buona dose di gioie e soddisfazioni. La nascita di Lacey, in particolar modo, era stata acclamata come un dono dal cielo in grado di salvare un matrimonio. I giorni successivi all'arrivo della cicogna furono i più felici che i suoi genitori potessero vantare, assieme alla prima, incerta camminata e al suono quasi bisbigliato di parole come mamma.
Quei ricordi, nell'uggioso autunno del '99, erano lontani al punto da ricordare reminiscenze di un'esistenza passata o addirittura mai vissuta. Ed è sorprendente quanto la vita stessa a volte venga spezzettata in una sequenza d'eventi.
Questo è degno di nota, quest'altro un pò meno, quest'ultimo va proprio scartato
.
Si sfoltisce il tutto come in un'attenta analisi, come i pezzi di un puzzle. Solo che i bei momenti sono sempre il fanalino di coda e saltano fuori da dove il cervello li ha collocati non all'occorrenza, o quando possono consolarci, ma per le ragioni sbagliate e nelle situazioni meno opportune.

Rachel non riusciva a ricordarsi l'ultima volta che aveva sorriso, per quanto si sforzasse di provarci. Forse al primo giorno di scuola di Lacey, quando l'aveva accompagnata con il timore sconfinante in certezza che il tempo scorreva troppo in fretta. Ma in quel caso era stato un sorriso quasi forzato, dettato dalla circostanza, una mezza smorfia del viso che aveva dato seguito ad una piccola, sincera lacrima. Erano già passati otto anni, come diavolo era possibile?
Tutto ciò che lei sapeva in quel preciso momento non riguardava vagare nei ricordi, viaggiare con la mente indietro nel tempo o trovare la formula segreta in grado di fermarlo. Si sentiva inquieta. Inquieta e all'erta. Un gatto con la coda tesa e gli occhi spalancati ad abbracciare il buio.
Si girava e rigirava tra le lenzuola, sudata, mentre il marito russava rumorosamente, perso in chissà quale sogno.



Il temporale era cessato. Sprazzi di cielo limpido si presentarono alla sua vista sbiadita, affioranti dalla grande finestra della camera da letto. Grandi gocce continuavano a cadere dagli irti rami degli alberi circostanti. Jhelis riposava, gli Spotts tacevano. Tutti dormivano. Tranne Rachel.
Lo scambio di parole a denti stretti che aveva avuto con Martin poche ore prima era caduto nel nulla, come se non fosse mai esistito. Tuttavia non per una eventuale riconciliazione, ma perchè la rabbia era stata talmente intensa da indurla a correre in bagno per i conati di vomito. Le budella le si erano attorcigliate come preda di un'enorme dose alcolica non gradita. Si, perchè anche l'amore era droga tanto quanto il bere e il fumare, ma a differenza di quest'ultimi Rachel non ce la faceva proprio a coglierne i lati positivi. Si alzò dal letto. La gola secca richiedeva acqua. Il parquet scricchiolò leggermente a contatto con il piedi nudi, nonostante lei facesse attenzione a non rendersi troppo rumorosa. Nel silenzio della notte i rumori erano creature sinistre.



Scese le scale, diretta verso la cucina. Uno a uno percorse i gradini, lentamente, in quell'oscurità immota.
Ma quando riuscì a intravedere l'ingresso e il comunicante disimpegno, sentì una fitta alla pianta del piede e inciampò su qualcosa. Non se ne rese conto perchè il dolore improvviso fu talmente lancinante da mozzarle il fiato, e pur tenendosi alla ringhiera, il gesto era stato troppo brusco per frenare la caduta. Allora le ginocchia cedettero e l'equilibrio venne meno. Fece gli ultimi cinque gradini in una capriola che la rovinò a terra. Il suo corpo slittò sulle scale in una corsa scivolosa. Il ruzzolone terminò contro il muro quando sbatté la testa, violentemente. In quegli attimi di puro panico le sembrò di intravedere qualcosa a pochi metri di distanza. C'era qualcuno, ne era sicura. La vista non l'aveva abbandonata, poteva sentirlo.




Un'ombra, tanto era immobile. Ma nacque una certezza terribile quando la donna agonizzante a terra riconobbe il profilo di una bambola. Sottili fil di spago dai quali mancava un bottone. Quel bottone, rammendato proprio da lei.
Colori che stingevano nella penombra.
Lacey era lì, e la guardava. Guardava sua madre, nient'altro che quello.
Mo' stretta al petto, gli occhi sbarrati e un'espressione di terrificante colpevolezza sul volto.
In quel grottesco girotondo, così appariva il mondo allo sguardo di una Rachel stordita e sull'orlo del collasso, si udirono poche parole, e fu meno di un sussurro proferito da una voce fredda e innaturale: <<Non è colpa mia, me l'ha ordinato lei.>>
E poi, nella sua mente, prima che potesse prender corpo un qualsiasi pensiero razionale o una spiegazione logica per una situazione tanto assurda, prima che un barlume di raziocinio vincesse i dubbi, il mondo si spense e fu più buio del buio.

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martedì, 10 giugno 2008

Dopo cena, e poco prima di andare a dormire, a Lacey piaceva guardare la tv nell'attesa che la tavola venisse disfatta e i piatti lavati.
La bambina si sdraiò su un grosso divano di pelle, lasciando che i cartoni animati del tardo pomeriggio la allietassero per qualche breve minuto.
<<Vai Rabbit, acchiappa la lepre>> disse sorridente verso lo schermo.
Aveva una risata incantevole e piena di vita, le volte in cui si sentiva felice. E le bastava poco per esserlo. Faceva zapping con il telecomando come se non si fosse mai trovata di fronte a un apparecchio televisivo, e si divertiva da morire. Eppure, in quel momento di gioia,  sentiva freddo, e la bugia durante il pasto non se l'era scordata. Anche Rachel, che era china sul lavello della cucina immobile come una statua, si guardava le mani insaponate sfregare le stoviglie. Era altrove con la testa, e non le fece piacere. Come poteva sentirsi d'altronde, quando era perfettamente cosciente che qualcosa non andava? Come poteva mettere a tacere i dubbi, le domande, e tutta quella serie di congetture che le affollavano la mente di genitore all'occorrenza di strani eventi? Non era ancora riuscita a inquadrare il problema, nonostante i ripetuti segnali. Come se non bastasse, i litigi con il marito le avevano lasciato poco tempo per la figlia.
<<Rovinerai il piatto a furia di sfregarlo in quel modo>> sussurrò una voce maschile alle sue spalle.



Martin, in un raro gesto d'affetto, l'aveva raggiunta dal soggiorno stringendola verso di lui in un abbraccio che la fece sussultare per la sorpresa. Le affiorò la pelle d'oca, forse per il tono di voce che aveva usato, o forse perchè non era ancora pronta per quel genere di effusioni.
Fuori, il temporale dava il meglio di sé in copiosi getti di umide gocce. Si schiantavano, così piccole e numerose, contro il vetro della finestra, tingendo il giardino di assorta malinconia. Era freddo, il vetro, come era fredda quella casa, nonostante il riscaldamento funzionasse a pieno regime.
E il freddo, aveva imparato la famiglia Trevor, è difficile da scacciare.
Una volta invitatolo a varcare la soglia, ti entra dentro mozzandoti il respiro, e quando te ne accorgi non c'è più nulla da fare. Ti soggioga, ti strattona in malo modo, facendoti sentire in balia degli eventi, barcollante come una pedina mossa da qualcuno più grande di te. Poi, quando rovini a terra e credi che il peggio sia passato, hai già le catene ai polsi. E nasce la consapevolezza: sai benissimo che è solo questione di tempo prima che il momento più oscuro ti afferri nuovamente, in un ciclo che non conosce tregua e che ti rende, alla fine di tutto, vuoto, disperato, diverso.
<<Tesoro, mi hai spaventata>> disse Rachel con un mezzo sorriso al marito. <<Non ti ho sentito arrivare.>>
<<Scusami.>>
Martin non seppe dire altro, continuando comunque a tenersela stretta, quella donna che tanto amava. Nonostante tutto.
<<Volevo portare fuori il cane, ma non si trova da nessuna parte. Temo possa ammalarsi con questa pioggia.>>
<<Sarà andato ancora una volta a gironzolare per il quartiere, o a spaventare il gatto dei Pitts.>>
Rachel aprì il rubinetto per sciacquarsi le mani.
Come diamine fai a preoccuparti del cane?
Dopo quel pensiero, Rachel si voltò, interrogativa. Non ce la faceva più a tenersi dentro le domande, doveva sapere se il magone che covava in gola era lo stesso dell'uomo che aveva sposato dieci anni prima. Voleva capire se la salute della figlia era ancora un motivo valido per tenerli uniti. Per un attimo esitò, poi la vocina nella testa che prende il nome di coscienza ebbe la meglio.
<<Tu non hai notato niente in Lacey? Non ti sembra.... strana?>>
Le venne fuori dalla bocca quasi come un balbettio distorto.
Non amava usare quei termini nei confronti della bambina, ma venne allo stesso tempo scossa dalla sgradevole sensazione che, in fondo, non c'era parola migliore. Martin spostò lo sguardo verso il salotto, inarcando un sopracciglio., poichè Lacey sembrava calma, divertita.
<<Forse è solo ancora un pò scossa, Rachel. Quella notte è stata difficile per tutti. E' stata...>>
<<Orribile?>> lo interruppe lei. <<Si, decisamente si>> e lo disse con una forza ed eloquenza sufficienti ad allontanarsi da lui.
Tornò a sciacquare le stoviglie, con movimenti ancora più frenetici di prima. La rabbia stava montando incontrollabile, accompagnata da una violenta frustrazione. Reggeva sempre lo stesso piatto.
<<C'è dell'altro, Martin. Qualcosa che non ci vuole dire.>>
Si voltò di nuovo, fissando il marito con sguardo severo.
<<Li ho visti, i suoi occhi. Erano sbarrati dalla paura.>> 
Poi, forse per sbadataggine, il piatto le scivolò di mano, e anche se solo per pochi centimetri, la caduta all'interno del lavello fu abbastanza forte da spaccarlo in due. Una crepa gigantesca nel bianco della porcellana. Rachel esplose.
<<Per una volta, una fottutissima volta>> ribadì con voce crescente <<potresti almeno fingere che te ne importi qualcosa?>>




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domenica, 01 giugno 2008
Ora di cena.
<<Sono affamato>> disse Martin Trevor tra sé e sé.
Attendeva la portata principale con le mani strette su forchetta e coltello, seduto a capotavola, al centro di una sala da pranzo finemente arredata.
Era a pezzi, quella sera. La giornata al Liceo Mallen si era rivelata più spossante del previsto. Bryan Smith, il nuovo arrivato, gli aveva dato un bel da fare. Martin era stato costretto a sospenderlo per comportamenti inopportuni in un'aula scolastica. Riempire d'acqua un preservativo, esporlo sulla cattedra e scrivere "sgonfiami" alla lavagna era davvero troppo anche per il suo modo d'insegnare forse un tantino permissivo.
Aveva punito lo stupido ragazzetto perchè se lo meritava, infliggendogli un provvedimento disciplinare che aveva colmato solo in parte la frustrazione che si portava dietro. 
Glielo si poteva leggere negli occhi, gli stessi di Lacey, così scuri, profondi e malinconici, che il suo prossimo passo sarebbe stato rivolto verso il divano e la tv, oppure direttamente a letto, deciso a stroncare la stanchezza con dieci ore di sonno filate.
Quando la figlia lo raggiunse, assieme alla madre, iniziarono a consumare il pasto in religioso silenzio.



Non era loro abitudine conversare a tavola, sebbene il cianciare istintivo di ogni bambino portasse Lacey a dimenticarsene. Era una regola, non scritta, ma pur sempre una regola. Si era sempre fatto così, e nessuno se ne era mai lamentato.
L'unico rumore udibile era il cozzare distorto delle posate contro i piatti di porcellana, un <<mi passeresti il sale?>> detto senza tanta convinzione, e il vento. Si era alzato all'improvviso, portando con sé foglie morte e rami secchi in un gelido turbine. Non c'era traccia del cielo terso che aveva ospitato un tramonto di rara bellezza, poichè adesso la volta del mondo era grigia, carica di pioggia, e sembrava che le nuvole fossero sul punto di rincorrersi, lanciandosi timidi bagliori di tuono l'una contro l'altra.
<<Si prospetta un autunno più freddo del previsto>> esordì Rachel stringendosi le spalle. Martin annuì per un istante, per poi tornare a mangiare lo stufato che gli era stato preparato con cura.
Lacey, dal canto suo, pareva non avere fame.



Guardava fuori dalla finestra gli alberi oscillare a destra e sinistra. Vedeva occhi, in quegli alberi. Vedeva ricordi che non era in grado di esternare. Troppo brutti, troppo paurosi per poterne parlare. E di questo, con un rapido sguardo, Rachel se ne accorse.
<<Tesoro, c'è qualcosa che non va?>>

Lacey tacque. Poi guardò la madre con occhi che potevano dire tutto e niente allo stesso tempo. <<No, mamma>> mentì.
Il terrore della consapevolezza affiorò sul suo volto come fosse riuscito a eludere le grinfie dell'autocontrollo.
L'acqua fredda che s'insinuava tra i vestiti, la terra bagnata in cui era scivolata, il buio. Si, il buio profondo che le rendeva impossibile distinguere qualsiasi punto di riferimento. E quei rumori. Lontani ma vicini, deboli e forti. I battiti di un qualcosa che le avevano dato la certezza di non essere sola, nel cuore di Tips Lock. Sentì un brivido affiorare sulla pelle. No, non poteva parlarne con nessuno. Non poteva dire di aver trovato Mo' proprio lì, quella notte.



Sua madre non avrebbe capito e le avrebbe potuto dare della ladra per essersi appropriata di qualcosa che non le apparteneva. Quei rumori, battiti di un qualcosa. Gli occhi degli alberi, il vento. Trattenne a fatica un urlo.
<<Va tutto bene, mamma.>>

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sabato, 24 maggio 2008


Casa Trevor rispecchiava ciò che ci si aspetta, a prima vista, da una famiglia medio-borghese stanziata a Bredford Road.
Bianca, sobria, priva di futili orpelli visivi, sembrava una strana via di mezzo tra un'abitazione coloniale e una villa di campagna, pur trovandosi in città e all'interno di un quartiere densamente popolato. Il giardino, delimitato da un basso muro di mattoni da cui partivano balaustre di ferro alte come spighe verso il cielo, era ben tenuto nonostasse cominciasse a soffrire il congenito male dovuto all'approssimarsi dell'autunno. Ad ogni modo il vicinato non avrebbe potuto lamentarsene, poichè l'erba veniva regolarmente tagliata e le siepi mantenevano l'austero decoro di chi tiene all'aspetto estetico del luogo in cui vive. Persino i coniugi Spotts, i dirimpettai pettegoli tipici di ogni zona residenziale, non potevano che constatare con ammirazione che le loro chiacchere velenose avrebbero colpito qualcun'altro, incapaci di attecchire a cotanta perfezione. D'altronde la reputazione era tutto per i Trevor, seconda forse solo al saper mantenere le apparenze anche in circostanze poco felici. Sapevano bene, fin da quando si erano trasferiti a Jhelis, che niente era importante ai superficiali occhi di uno sconosciuto quanto il fatto che tutto sembrasse a posto.
C'era però qualcosa di profondamente sbagliato in quella casa. Qualcosa che non era possibile cogliere subito. Qualcosa che sfuggiva persino agli Spotts e travalicava il mero concretarsi in metafora. Forse a causa del grazioso cancello d'ingresso, o la buca delle lettere ridipinta da poco, oppure per la calda illuminazione notturna che esaltava gli spazi in rasserenanti chiaroscuri. L'attenzione alla camera di Lacey, le cui imposte della finestra erano sempre, misteriosamente chiuse, veniva dunque sviata verso lidi più stimolanti per pupille e considerazioni.
La voce di Rachel Trevor arrivò chiara e perfettamente udibile, si espanse attraverso le stanze come la fragranza della cena pronta per essere servita. La bambina, che era appena rientrata in punta di piedi, corse su per le scale senza rispondere. Se la madre si fosse accorta che era uscita, a quell'ora per di più, si sarebbe arrabbiata parecchio. Poggiò Mo' sul letto e fece appena in tempo a sedersi sulla sedia adiacente al tavolo giocattolo di plastica colorata, quando sentì passi cadenzati arrivare dal pian terreno. <<Lacey?>>
Rachel stava salendo le scale per accertarsi che fine avesse fatto la sua scavezzacollo. Era pensierosa, e mille preoccupazioni le balenavano in testa.



Quando entrò nella stanza, ovviamente senza bussare, trovò la figlia intenta a preparare un finto thè ai suoi pupazzetti, come se fosse sempre stata lì.
Sorrise, guardando quella ridicola messa in scena che per i bambini ha importanti significati nascosti. Poi scandagliò l'ambiente come solo l'occhio critico di una madre sa fare, e vide Mo' stranamente in disparte sul letto, pendere da un lato del lenzuolo. Si chiese per quale motivo non fosse assieme ai peluche che Lacey stava intrattenendo. A dire il vero, erano tante altre le domande che avrebbe gradito farle. Si trattenne, suo malgrado, poichè non voleva sentirsi colpevole di interrompere un momento tanto piacevole per la figlia. Giocare, per i bambini, equivale a rifugiarsi in un mondo tutto loro, che agli adulti rimarrà sempre inaccessibile.
<<A tavola>> sussurrò infine, invitandola a scendere. E nella frazione di tempo intercorsa tra il fare uscire la bambina e chiudersi la porta alle spalle, il bottone della bambola si staccò ancora una volta dall'orbita di stoffa. Fu nel silenzio racchiuso tra le quattro pareti, nella debole luce di una lampada incapace di rischiararne i tratti, che un altro spettrale lamento prese forma.

StefanoRomagna - 18:49 - Permalink - commenti (16) - commenti (16) (popup)

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lunedì, 19 maggio 2008
Lacey avrebbe impiegato ben venti lunghi minuti a passo spedito per raggiungere l’abitato di Jhelis.
Il sentiero si faceva strada tra il fogliame, e in alcuni punti scompariva del tutto per lasciare spazio al sottobosco. Ma per la bambina non era mai stato un problema, quel genere di tragitto. Dopo essersi smarrita a Tips Lock, nel cuore della notte, aveva sviluppato una sorta di rispetto per gli alberi.
Li sentiva, organi in movimento, pulsare sotto la ruvida corteccia come un’unica entità, e sapeva che da loro nulla aveva da temere, nonostante faticasse a celare, delle volte, un timore antico che non sapeva spiegarsi. Dopo quelle ore, rannicchiata tra le radici nell'attesa che il temporale cessasse, pensò che non avrebbe più avuto alcuna paura in vita sua. Ricordava ancora come fosse ieri il fragore dei tuoni, i lampi dei fulmini squarciare il buio, e l'acqua scrosciante.
Gelida.
Le era entrata nelle ossa mentre tutto intorno sembrava prendere vita in una danza macabra di ombre.



Trotterellò di buona lena fino a raggiungere la strada asfaltata di Bohemien Lane, la grande arteria che attraversava Jhelis nella sua interezza, terminando quattro chilometri più a nord all’imbocco dell’autostrada.



“Welcome to Jhelis” ammiccava a caratteri sbiaditi su un cartello che era stato agganciato, a più o meno metà altezza, sul tronco di un grosso abete.
Una disordinata fila di automobili attendeva in lontananza il proprio turno per abbandonare l’abitato. La città era molto frequentata da pendolari e forestieri, interessati a lavorare come operai, impiegati nella segheria più importante di tutta la contea. Le foreste si erano rivelate un vero e proprio affare per la comunità locale, sebbene l’opera di disboscamento venisse bilanciata da continue opere di semina. Per ogni albero tagliato, un altro veniva piantato non molto lontano da lì.
La cupa luce del crepuscolo inondava la pianura, quando la bambina arrivò a casa, mentre gli ultimi raggi erano sul punto di estinguersi dall’orizzonte e Venere splendeva già alta in cielo.

StefanoRomagna - 13:25 - Permalink - commenti (22) - commenti (22) (popup)

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giovedì, 15 maggio 2008



Rabbia, profonda rabbia.
Lo sguardo di Lacey Trevor trasmetteva questo, nei pochi sprazzi di nera consapevolezza che lasciava intravedere oltre le lenti. Stringeva la sua bambola di pezza come se fosse sul punto di strangolarla, tagliarne l'esistenza come un brusco e secco colpo d'accetta.

Le dita si contrassero nel gesto, mettendo in evidenza le vene sinuose scorrere sotto la pelle. <<Sei stata cattiva>> disse a denti stretti rivolta al giocattolo. La guardò con un misto d’odio e irriverente nervosismo.




Alla bambola mancava un occhio. In uno, di inquietante vetro trasparente, sembrava scorrere il cielo, tanto era lucido e riflettente. Veniva pulito con cura ogni volta che risultava necessario.
Dall’altro capo del volto, nel punto esatto in cui una persona tasterebbe con le dita un’orbita irrimediabilmente vuota, era invece stato cucito un bottone dalle sfumature brunite. I continui rammendi da parte della madre ne avevano però trasformato la finalità d’intenti in un pasticcio di fili slegati dal tessuto.

Mo’, questo era il nome che la sua padrona le aveva dato, era, in sostanza, decisamente malconcia. Un po’ come tutti gli oggetti che i bambini adorano maneggiare e da cui mai si separano, aveva un’aria vissuta, ma non per questo meno spaventosa. La bocca era una fessura marrone dai bordi rovinati, un orifizio mancato che le dava l’espressione impassibile di un cadavere, mentre la gamba destra era stata riattaccata, al pari dell’occhio-bottone, senza apparente cura, risultando in una specie di cicatrice fatta di spago. Non che Mo’ potesse lamentarsi, ma era evidente quanto il suo aspetto estetico fosse un dettaglio trascurabile. Lacey, che le si rivolgeva come se fosse una persona, non le serbava certo parole dolci. Era già successo, in passato, che si arrabbiasse in quel modo.
<<La prossima volta giuro che finisci tra la spazzatura>> urlò al vento, infastidita.




La sbatté a terra con forza, in un moto d’ira che non riuscì a controllare. La bambola rimbalzò, per assestarsi a pochi passi da lei, a testa in giù. Per un attimo ebbe quasi l’impressione di sentire un lamento. Rimase per un minuto a contemplarla, come se si aspettasse un accenno di movimento.
Sbuffò, indispettita, perché non vi era stata alcuna reazione.
<<Sai che non lo farei mai>> aggiunse infine in una sorta di cantilena distorta dal sapore riconciliatorio, e poi, dopo essersi allacciata le scarpe, la raccolse come se niente fosse accaduto e decise che forse era ora di muoversi da lì.
Il bosco di Tips Lock non rappresentava proprio l’immagine di luogo idilliaco, benché meno a quell’ora, in cui il sole volge al tramonto, e in quel periodo dell’anno, quando le foglie hanno la romantica propensione a staccarsi dai rami degli alberi. Un luogo che, secondo le chiacchiere della gente, era inadatto e sconveniente per una bambina come Lacey.
Guardò per un istante le fronde sempre più scure sbattere lievemente. La luce del giorno l’avrebbe presto abbandonata.
E poi indugiò, curiosa, sul corpo del cane che giaceva morto nei pressi di una quercia. Accasciato tra le massicce radici che spuntavano dal basso, sembrava tramortito. Ma gli occhi vitrei, le fauci socchiuse e la postura immobile non mentivano. Qualunque cosa fosse accaduta, se n’era andato, e in modo poco felice. La bambina sbatté le ciglia un paio di volte, perplessa, e dopo aver studiato la lingua trafitta dagli stessi denti dell’animale, con la medesima aria serafica che l’aveva condotta laggiù, abbandonò la radura nella più quieta calma.




StefanoRomagna - 00:17 - Permalink - commenti (50) - commenti (50) (popup)

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