lunedì, 18 febbraio 2008

Altro episodio del mio esperimento horror: c'è un richiamo a King, nascosto nel testo e semplicissimo da trovare. Vediamo chi sarà il primo! Buona lettura.

Lo sventurato giorno in cui Lacey raccolse Mo' da terra era iniziato senza problemi. Una mattina tranquilla, seguita da un pomeriggio ancor più quieto. Un fine settimana da passare al chiuso, con Rachel che puliva casa e giardino mentre Martin si occupava della spesa al Mall di Tortenn Road.
Poi il litigio tra i coniugi Trevor aveva rovinato tutto.
Urla, imprecazioni, parole che alla bambina, pur non comprendendole, lasciavano intuire sgradevoli significati. Succedeva già da tempo che i due non andassero d'accordo, ma la violenza raggiunta in quell'occasione per Lacey fu diversa e intollerabile, costretta com'era a sorbirsela gratuitamente. Cosa più importante, la bambina non capiva che bisogno ci fosse di scaldarsi tanto. Perchè alzano la voce?, pensò indispettita. Poi si ricordò che aveva già posto quella domanda, e la risposta ricevuta era sempre stata la medesima: "Tesoro, non immischiarti. Sono cose da grandi!"
"Essere grandi fa schifo", aveva sentenziato di rimando.
Persino il cane se ne stava in disparte, sotto una sedia e con le orecchie tese al minimo rumore. La decisione di uscire di casa per abbandonare quel tugurio di bestemmie venne prese a cuor leggero. Rubò un tramezzino dal frigorifero, lo avvolse in un fagotto, e aprì la porta d'ingresso incurante del tempo ballerino e dell'imminente crepuscolo. Lo fece lentamente, senza fare rumore, ma anche se l'avessero sentita, dubitava del loro interesse. Quando gli "stronzo" e "vai al diavolo" volavano come fulmini, anche la sua coscienza infantile sapeva che c'erano questioni più gravi da risolvere.
Troppo presi a sbraitare, nessuno notò la sua mancanza.
Una volta chiusa la porta, le voci divennero ovattate, e sempre più lontane quando Lacey s'incamminò per Bohemian Lane. L'aria fresca le procurò piacevoli sensazioni. Lontana dall'opprimenza di quella casa, pensò di non volerci più tornare. Il sole era uno spicchio luminoso in procinto di scomparire. Lanciava tenui bagliori lungo ogni finestra del vicinato. Autunno alle porte, gli alberi iniziavano a spogliarsi delle loro foglie.
Hellen Spotts la vide uscire nonostante fosse indaffarata con il giardino.
Grassa come un bue, gocce di sudore le imperlavano la fronte mentre lavorava la terra con le dita gonfie.
Sollevò la testa verso la strada. Un vago cipiglio interrogativo le colorò il viso di fronte alla creatura di otto anni che stava abbandonando il nido familiare, da sola e a quell'ora. Il suo sguardo si posò su quello di Lacey, oltre la staccionata. Stava per chiederle dove fosse diretta, dominata dalla sua curiosità pettegola, ma si morse la lingua e abbassò il tiro. "Non sono affari che mi riguardano", disse a bassa voce, e si sorprese quasi di sè stessa. Dopo essersi sistemata l'orrenda bandana viola che portava in testa, terminò di annaffiare le begonie lanciando un ultimo dei suoi sguardi bovini verso Lacey, e tornò dritta a casa senza avvertire nessuno. La bambina la vide rientrare, la faccia contratta in una smorfia. Detestava Hellen Spotts, quasi quanto la detestava sua madre. Odiava il suo continuo fare domande, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, lo sporgersi oltre le siepi con scuse sempre diverse che ambivano allo stesso, fastidioso fine: ficcanasare in giro. Soprattutto, Lacey odiava il suo gatto, libero di muoversi ovunque nel quartiere e di combinare guai, tra cui rubare la carne cruda lasciata a scongelare sul davanzale delle finestre. Il Re del vicinato, lo avevano chiamato, e più di una volta i Trevor erano stati costretti a segregare in casa il loro cane per paura che presto o tardi lo avrebbero sorpreso con il corpo inerte del felino tra le fauci. Persa la stima degli Spotts, che gran soddisfazione poterlo seppellire nel cimitero degli animali!
Lacey proseguì la passeggiata solitaria, benedicendo ogni metro tra lei e Breadford Road, con le foreste ai lati della statale che le facevano compagnia. Una lunga fila di automobili aspettava in coda il verde del semaforo, per lo più turisti diretti al lago i cui mezzi sembravano quasi scoppiare per la selvaggia quantità di cose stipate al loro interno.
Vide un grosso camper passarle vicino, il vociare del conducente lamentarsi per il traffico. Poi si soffermò sulle barriere d'alberi, che come un muro circondavano l'orizzonte da ogni punto cardinale. Si sentì rapita da quello spettacolo naturale, fatto di rami sinuosi contornati dal giallo, sempre più simile all'oro di Ottobre. In quell'esatto momento seppe dove sarebbe andata. Un luogo dove avrebbe trovato la pace, dove nessuno l'avrebbe disturbata, anche se solo per poche ore: Tips Lock, il bosco vicino.



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martedì, 12 febbraio 2008



La cucina era permeata dal genuino odore del bacon fritto, un profumo che sapeva di vita e famiglia.
Le tende bianche alle finestre rasserenavano l'ambiente, lasciando filtrare la luce del sole. Splendeva, in quel cielo blu parco di nuvole.
Lacey consumava la colazione con voracità, la forchetta che infilzava il cibo e lo portava alla bocca in un movimento meccanico. Spazzolò il contenuto del piatto senza mai alzare lo sguardo. In quel momento non c'era altro che le importasse se non la fragrante pancetta accompagnata da uova strapazzate. Quando ebbe terminato, mandò giù il pasto con abbondante latte fresco. Solo allora notò sua madre dall'altra parte del tavolo, che la fissava. C'era un timore quasi reverenziale in quello sguardo. Oltre la stanchezza delle occhiaie, oltre il verde delle pupille si annidava il puro sentimento di una madre in pena, e il silenzio non potè che amplificare quelle emozioni malcelate. Dilatava tutto, il silenzio. Rendeva ogni attimo lungo come l'infinito.
"Dobbiamo parlare, tesoro", disse Rachel. Si grattava le mani,  stringeva le dita le une contro le altre, ma non vi era rimedio per il prurito nervoso. Le tempie le pulsavano, l'emicrania si faceva strada. Le doleva ogni parte del corpo a causa della caduta, eppure era lì con lei, a massaggiarsi ogni tanto l'ematoma sulla fronte. Pendeva dalle sue labbra.
Lacey annuì senza dire nulla, conscia del fatto che non poteva tirarsi indietro. Benchè fosse solo una bambina era già consapevole che i problemi andavano affrontati, le paure superate affinchè non si ripresentassero. Era stata poco accorta, ma mai stupida. E come poteva spiegare a sua madre di Mo'? Lei per prima non sarebbe riuscita a distinguere il sogno dalla realtà, la trance dalla vita. Deglutì l'ultimo sorso di latte, trattenendo un rutto. Poi ricambiò lo sguardo della madre, mentre nel cervello si ammassavano a milioni le parole giuste da scegliere, le spiegazioni che Rachel cercava così disperatamente.
"Io e tuo padre siamo  preoccupati per te, Lacey", si lasciò sfuggire la madre in tono sommesso.
"Non si direbbe, dato che lui non è qui", la fulminò lei. Gli occhi fiammeggiarono di risentimento. "E' andato a sostituire il vetro della finestra, amore", ma Rachel sapeva che la figlia aveva toccato un nervo scoperto. Si affrettò a reindirizzare il discorso verso lidi più controllati.
"Non capiamo cosa sta succedendo, perchè ti comporti in modo strano. Vorresti dirci cosa non va?"
"Sto bene", rispose lei, e il tono fu quello di chi non intende aggiungere altro. Ma Rachel la raggiunse, sedendosi vicino. Poi la sua mano si posò sulla sua, e ne sentì la pelle morbida e la vita scorrere al di sotto. "Tesoro, è importante."
Gli occhi divennero lucidi per un secondo solo, poi l'autocontrollo della donna che era sempre stata tornò alla ribalta. Non poteva mostrarsi così debole. Non poteva tradire la minima paura se dalla paura voleva guarire sua figlia. "Da dove viene Mo'? Dove l'hai trovata?"
"Nel bosco", disse, e la frase le pesò come un macigno tra le viscere.
"Nel bosco? Come sarebbe a dire nel bosco? Pensavo te l'avesse prestata una tua amica."
"Ti ho mentito, mamma."
Tornò il silenzio, quel fastidioso momento ovattato che si nutre d'imbarazzo. Poi Lacey proseguì: "l'ho trovata a Tips Lock, sotto il ceppo di un albero."
Ma Rachel non capiva, e iniziava a perdere la calma.
"E perchè l'hai raccolta? Non ti ho forse detto che non puoi prendere tutto quello che trovi in giro? Perchè l'hai fatto?"
La bambina sentì vivido il macigno nelle viscere che riprendeva a tormentarla. "Perchè me lo ha chiesto", rispose.



Come al solito, i disegni sono a cura di Comicfun.

StefanoRomagna - 22:51 - Permalink - commenti (40) - commenti (40) (popup)

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venerdì, 08 febbraio 2008

Il mattino arrivò in fretta, lasciandosi dietro quella notte.

Molte erano le domande in sospeso, ma ciò che appariva evidente, invece, era quanto Lacey si fosse ripresa in fretta. Nelle poche ore precedenti si era quasi compiuta una metamorfosi all'inverso. L'ombra di Mo', che l'aveva sovrastata  per mesi senza che nessuno si accorgesse di nulla, era stata scacciata via dai tiepidi raggi del sole, ma non la sua influenza. Non del tutto. E si percepiva ovunque, lì, che qualcosa non andava.
Rachel e Martin abbracciati, nel silenzio di quel pianerottolo che non sarebbe stato più lo stesso. Incapaci di arrivare a una spiegazione logica, una sola, dannatissima ipotesi che potesse evitare di far loro dubitare del comune senso della ragione. Avevano parlato di cure mediche, esorcismi, fino a percepire il vago senso d'urgenza che incombe quando si dubita che un episodio sia realmente accaduto. Allucinazione collettiva? Suggestione indotta da qualcosa e talmente forte da tramutare in vera massa una paura solo immaginaria?
No, questo lo sapevano entrambi. Non era negli angoli bui delle loro menti che Mo' si era annidata. Non nelle gallerie interiori della figlia che si era fatta strada. Mo' era reale, fatta di pezza, spago e bottoni. Senza contare i vetri della finestra esplosa, il cane scomparso e... le minuscole orme sul pavimento.
Se ne accorsero dopo. Piccole, puntini quasi invisibili se non in controluce. Andavano a percorrere tutta la cucina, fino a raggiungere la finestra rimasta ancora aperta. L'orrore di una scoperta del genere fu ben più che aberrante.
Era indescrivibile al punto da mozzare il fiato. Era un pugno ben assestato che mina ogni certezza, la spinta decisiva che fa barcollare.
Poteva camminare, indisturbata, e addirittura arrampicarsi sul mobilio?
Una bambola?
"Non voglio che torni, mamma", disse Lacey facendoli sobbalzare. Corse verso Rachel con le braccia aperte, vogliose di un abbraccio. "Non fatela tornare", ribadì, e presto la voce fu rotta dai singhiozzi.

StefanoRomagna - 20:00 - Permalink - commenti (35) - commenti (35) (popup)

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venerdì, 04 gennaio 2008

La penombra, sconfinato manto oscuro, sembrava tanto fitta da racchiudere un intero universo di paure, gemiti sommessi e angoscia. Una gamma di emozioni così vasta che difficilmente avrebbe attecchito in un ambiente  piccolo come il pianerottolo. Ma era casa Trevor, un dettaglio che poteva dire tutto e niente allo stesso tempo.
Rachel ansimava, totalmente preda di un panico ancestrale, Martin lì accanto a lei, che tentava di proteggerla con il suo corpo da qualcosa che non trovava spiegazioni.
La bambina barcollava, avanti e indietro, come se fosse in procinto di vomitare.  Nessuno sapeva quanto fosse innocua,  o se, al contrario,  l'aspetto grottesco  del suo viso fosse solo l'anticamera di poteri terribili.  Suo padre però sapeva che non sarebbe stato in grado di colpirla. Non poteva. Pregò più volte che rimanesse dov'era, che non si avvicinasse ulteriormente. Non sapeva cosa aspettarsi. Il cuore era ormai lacerato dalla sofferenza di vederla in quello stato. Cos'era successo? Quale diavolo nascosto avevano invitato dentro senza saperlo?
Poi accadde qualcosa di totalmente inaspettato, nel giro di un secondo.
Un rumore sordo, come di vetri infranti. L'eco delle schegge proveniva dal piano superiore. Era stata lei? Non ci fu tempo per indugiare sulla questione.
L'attimo fu sufficiente a distrarre Lacey, che si guardava intorno come stordita, e far sì che Martin riuscisse a sottrarle la bambola. Non appena Mo' venne allontanata dall'abbraccio caldo della padrona, la bambina riacquistò il suo aspetto naturale. Gli occhi colmi d'orrore indugiarono sulla bambola, poi Martin la scaraventò lontano da loro, con tutta la sua forza. Mo' rimbalzò contro la porta d'ingresso per ricadere a testa in giù, sul pavimento.
Anche Lacey cadde a terra, priva di sensi, il volto una maschera cinerea, le braccia gelide. Respirava regolarmente, ma il turbamento era evidente. Aprì gli occhi, come se vedesse la luce per la prima volta dopo ore di tenebra assoluta.
"Papà", disse stavolta, e la voce non fu più tenue di un sussurro.
"Piccola mia", rispose Martin con le lacrime agli occhi. Entrambi i genitori l'abbracciarono, tenendola stretta. Un groviglio di corpi, d'amore. Una famiglia distrutta, che in poco si era persa e in poco s'era ritrovata.
"Papà, mamma", ripetè, "ho fatto una cosa terribile."
Lacey si rimise in piedi, davanti allo sguardo costernato di entrambi. Aveva scalato l'abisso in cui era precipitata, appiglio dopo appiglio, senza mai guardare verso il basso, verso quel terribile buio gravido di vertigine e dolore. Poi cercò la bambola, e con un gemito di stupore constatò. Mo' era scomparsa.


StefanoRomagna - 15:40 - Permalink - commenti (49) - commenti (49) (popup)

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mercoledì, 21 novembre 2007

Aggiornamento: mi è stato recapitato un nuovo disegno di Comicfun.
Lo aggiungo in questo stesso post. Ribadisco i miei complimenti per tanto talento messo a mia disposizione e invito tutti a visitare il suo blog, dove troverete altre tavole non meno belle! Buona domenica sera a tutti.


Lacey 2

                                        Aggiornamento 2: un altro ancora!!


Lacey 3 La bambina poggiò i piedi sul tappeto del pianerottolo, sfiorando la ringhiera con delle mani mai così gelide. L’ultimo gradino era stato oltrepassato, come se lì, nel legno intagliato delle scale, avesse trovato posto un confine. Un limite tra il bene e il male. Ma la rampa era ormai alle sue spalle, Martin e Rachel dinanzi a lei. Non osavano muoversi se non per i tremiti dovuti alla paura.
Quel confine era già vecchia storia.
“Bisogna guardare avanti, Lacey”, disse la diabolica vocina nella sua testa. Era un sussurro, incerto da dire se fosse stato udibile da altri.
“Che succede?”, chiese Martin. La confusione non gli permetteva di agire come avrebbe dovuto.
Perché la figlia si comportava così? Perché aveva un aspetto tanto malsano? Perché quell’atmosfera mefitica? E cosa diavolo c’entrava la bambola? Era solo un minuscolo groviglio di pezze rattoppate! Non sapeva come comportarsi, non capiva. Una serie di nessi, di pensieri illogici che non rientravano nel suo modo di ragionare. Lui non credeva al soprannaturale, non poteva essere così, era inconcepibile al punto da farlo sentire ridicolo pur non avendo esternato nulla. "Devo guardare avanti”, disse lei, senza rendersi conto di aver risposto al padre.
L’avrebbe fatto. Sarebbe andata avanti.
A pochi metri di distanza, sovrastava i genitori in altezza, essendo in piedi.
Ma guardava oltre i loro corpi, come se potesse scandagliarli, passarci attraverso. Quando venne alla luce, quello fu un momento che non avrebbero dimenticato.
Se al buio faceva solo paura, immersa tra i raggi del plenilunio era paura incarnata.
Dalla bocca minuscola colava della saliva, rappresa sul mento. Le labbra, un tempo rosee, erano adesso opache, screpolate, violate in più punti da tagli sottili. Come il resto del volto, dalle tinte appassite. Un fantasma, se solo non fosse stata così reale nell’orrore che si portava dietro. Rimase indifferente al pianto della madre. Il cuore che le batteva nel petto era racchiuso da uno strato di piombo. Inaccessibile. 


Grazie a tutti per le 13000 visite!!!


StefanoRomagna - 18:43 - Permalink - commenti (80) - commenti (80) (popup)

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venerdì, 16 novembre 2007

Lacey scese i gradini, soppesandoli uno a uno, attentamente. Si reggeva alla ringhiera con noncuranza. Lo sguardo infuocato, fiamme interiori abbacinanti, non accennava a spegnersi, anzi. Più si avvicinava, più cresceva, avvampava.
La barriera tra quel mondo e l'inferno era sul punto di squarciarsi. All’apparenza sembrava tranquilla, candida, una bambina qualsiasi come tante ne erano nate e tante erano morte. Ma dentro, nell’anticamera, incubava qualcosa, i cui artigli erano sul punto di graffiare.
Non un mostro, non era di quello che si nutriva la paura. Era una guerra contro sè stessa. Una lotta impari, che affiorava dagli spasmi ritmici del volto. Martin rimase atterrito da una visione tanto sconvolgente. Ancora nascosta dalla penombra, la cosa avanzava.
Vide la metamorfosi della figlia.
"Toglile la bambola", urlò Rachel, ma il marito non l'ascoltava, troppo preso a constatare l'obbrobrio dal lento incedere.
Quella cosa non era la sua piccola. Non era il tesoro che aveva portato sulla schiena durante le gite in montagna, a cui aveva cambiato i pannolini, che aveva vestito. Non era il sorriso che un tempo rischiarava le sue giornate, non era l'alba che lo svegliava, nè il tramonto che lo invitava a dormire. Non era niente di tutto ciò, non gli si avvicinava neanche. Strinse la mano della moglie, sul pavimento, incapace di muoversi per il terrore.
I piedini nudi avanzavano, lambiti dal morbido tessuto del pigiama, come se niente fosse. Il silenzio divenne suono esso stesso. “Mamma?”, ripeté con voce atona. “Dove sei, mamma?” Quel richiamo innocente non fece che accrescere l'orrore.
Lei, pur avendo gli occhi aperti, non vedeva, non del tutto. Lo sguardo vacuo era sospeso. Si soffermava su qualcosa d’indefinito, invisibile.

Era come se qualcuno la guidasse, la muovesse, un burattino nelle mani di un grottesco artista, che la strattonava, la faceva soffrire, la costringeva ad agire.
Mo’, stretta al petto, non era mai stata più inquietante di così.
Lacey non si trovava lì, nonostante gettasse ombre sul pianerottolo.

Della bimba non era rimasto che l’involucro. E quando i due ne ebbero la totale consapevolezza, quando seppero, in cuor loro, che non c’era niente da fare, lei li aveva raggiunti.
Le urla non valsero a nulla. Arretrarono, come creature chiuse in un angolo da una preda sovrastante, ma era troppo tardi.


StefanoRomagna - 00:34 - Permalink - commenti (49) - commenti (49) (popup)

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mercoledì, 03 ottobre 2007

Martin si svegliò di botto,  in preda ad un incubo. Solo che le appendici di pensiero così realistiche da indurlo quasi ad urlare erano realmente accadute.
O almeno così sembrava a lui, tanto erano state verosimili. Gli si erano catapultate nella camera da letto come una paura temuta e quasi attesa. Era un'inquietudine lacerante, la sua, che l'aveva spinto ad alzarsi per controllare che tutto fosse a posto. Nell'attimo in cui la vista si abituò al buio, scoprì che Rachel non era lì.
Mio Dio, pensò, scosso ancora dal torpore.
Lo avvolse una macabra consapevolezza. Mio Dio.
Con un balzo uscì dal letto e corse giù per scale, terrorizzato. Gli passò davanti tutta una vita, in quegli attimi d'angoscia. E quando il cuore fu sul punto di esplodere per i battiti accelerati, la trovò che giaceva riversa a terra, svenuta. Esattamente come nell'incubo, nella stessa, statica posizione di morte.
Non era ancora chiaro cosa fosse accaduto, nè quando. Si accorse del giocattolo lasciato sui gradini solo quando anche lui lo aveva calpestato e fu sul punto di cadere. Ma era stato più svelto, e le mani saldamente strette alla ringhiera lo sorressero. Che diavolo ci fa qui la roba di Lacey?
Prima di pensare ad una risposta, fu sulla moglie. Le si avvicinò controllando il polso. C'era battito, e respirava.
Grazie al cielo! In testa però andava formandosi un grosso ematoma, rosso e pulsante. Doveva aver battuto con forza, per ridursi in quel modo. "Tesoro?"
Rachel non dava segni di risposta ai suoi richiami preoccupati. Si guardò intorno, colto da un panico che non aveva mai provato prima d'ora. La scosse leggermente, scrollandola per le spalle, ma il risultato fu il medesimo.
Devo stare calmo. Le stanze oscure erano deserte, se non per i chiaroscuri di ombre proiettati quà e là sulle pareti bianche. Il silenzio aleggiante della notte sembrava strillare, custode di eventi che andavano inesorabilmente verso il loro compimento. Non c'era verso di farlo stare zitto. Martin pensò in fretta ad una possibile soluzione.
"Arrivo, amore. Cerca di resistere."
Corse in cucina, in cerca dei sali. La grande finestra sul lavello era spalancata e le imposte tremavano al crescente vento del primissimo mattino, mentre una luna bianca come perle stava tramontando oltre il tetto degli Spotts. Lui si ricordava perfettamente di averla chiusa, ma al momento aveva altre preoccupazioni, così non badò al dettaglio. Grosso errore, Martin. I dettagli sono stati inventati per essere notati.
Quando trovò il barattolo che cercava, ancora trafelato per l'accaduto, tornò da lei senza il minimo indugio. Lo aprì, liberando un odore pungente che avrebbe risvegliato anche i morti, e sperò. Dopo averli annusati Rachel si destò quasi immediatamente, strappata a forza dallo stato d'inconscienza in cui era piombata rovinando dalla scale. Era ancora stordita e visibilmente turbata. Dapprima le venne fuori solo un mugugno incomprensibile. Poi parlò.
"Martin", disse debolmente, aprendo gli occhi. Si toccava le tempie con le mani, proprio dove il bozzo si stava gonfiando.
"Cerca di non parlare. Sei solo scivolata, andrà tutto bene."
"Martin", ripeté in modo atono. Si sforzò di guardarlo negli occhi, ma la vista annebbiata per la botta distorceva il profilo del marito, creando vaghi doppioni della stessa, familiare immagine.
"Dimmi tesoro."
Le stringeva la mano, guardandola con occhi raramente tanto preoccupati. Rachel tentò di rimettersi in piedi, ma non ci riuscì. Fece ancora uno sforzo, ma il risultato fu di accasciarsi nuovamente al suolo. Era stata una brutta caduta, le doleva la schiena e scoppiava la testa di dolore.
"Non devi muoverti, adesso chiamo..."
"La bambola", lo interruppe lei, tentando di assumere un'espressione rilassata.
"Devi sbarazzarti della bambola."
Aveva la voce impastata, come un singulto lamentoso. Ma l'affermazione che aveva proferito era carica di tensione nonostante sembrasse completamente priva di senso. La bambola? Cosa stai dicendo?
"Devo portarti immediatamente in ospedale, potrebbe essere qualcosa di più serio."Martin cominciò a tremare, in cerca del telefono per chiamare l'ambulanza. Sapeva che dopo un incidente del genere, se c'erano complicazioni, smuovere l'accidentato avrebbe potuto peggiorare le cose. E solo in quel momento, quando per la difficoltà dell'accaduto i due sembravano ancora innamorati, s'accorsero entrambi che una spettatrice inattesa li stava osservando, in cima alle scale. Rachel trattenne un urlo, mentre il viso le si tramutò in una maschera di puro terrore.
Lacey li scrutava con occhi spenti, come se non fosse realmente lì. Le  parvenze erano umane, ma aleggiava un malsano senso di morte intorno al suo corpicino stretto dal pigiama. Come un odore pungente che non ti abbandona neanche dopo una bella doccia. Un lezzo che permane, s’insinua, ti adombra.
Scese due gradini, lentamente, fissando i genitori con la testa leggermente ondulata.  Mise a fuoco la scena come se si fosse appena svegliata.
Non è mai andata a dormire, e questo lo sappiamo tutti!
Vi era una barriera, tra le lenti e il cupo buio di quegli occhi vacui.
Un intero mondo di dolore, colmo di demoni che sembravano quasi fare capolino da una parte all'altra, nell'anticamera dell'inferno. C'erano fiamme e il rossore del male. C'era un'irrequieta forza oscura, indefinita e disturbata, che si faceva strada attraverso il varco, strisciando verso di loro. Non come un serpente nè lingue di nebbia, bensì paura efferata,  conscia di sè  e capace di colpire  anche dove non  è lecito.
“Cos’è successo, mamma?”, chiese infine con una voce talmente indifesa da renderla ancora più agghiacciante. E tornò il freddo, il gelo e la disperazione, una potenza appena schiusa che li travolse da capo a piedi.


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domenica, 23 settembre 2007

Il dolore, assieme al freddo, era un binomio imprescindibile in casa Trevor. Non mancava mai, un pò come l'influenza di stagione o il caldo d'estate.
Non che fosse sempre stato così, poichè quella famiglia aveva comunque avuto gioie e soddisfazioni. La nascita di Lacey, in particolar modo, venne acclamata come un dono dal cielo.
I giorni successivi all'arrivo della cicogna furono i più felici che i suoi genitori potessero vantare, assieme alla prima camminata e al suono incerto della prima parola, quasi bisbigliata, dal timbro di difficile comprensione.
Quei ricordi, nell'uggioso autunno del '99, sembravano lontani al punto da ricordare reminiscenze di una vita passata o addirittura mai vissuta. Ed è sorprendente quanto la vita stessa a volte venga spezzettata in una sequenza d'eventi. Questo è degno di nota, quest'altro un pò meno, quest'ultimo va proprio scartato. Si sfoltisce il tutto come in un'attenta analisi, come i pezzi di un puzzle. Solo che i bei momenti sono sempre il fanalino di coda, e saltano fuori da dove il cervello li ha collocati non all'occorrenza, o quando possono consolarci, ma per le ragioni sbagliate e nelle situazioni meno opportune.
Rachel non ricordava, non riusciva davvero a ricordarsi l'ultima volta che aveva sorriso. Forse al primo giorno di scuola di Lacey, quando l'aveva accompagnata con il timore, anzi, la certezza, che il tempo scorreva troppo in fretta. Ma in quel caso era stato un sorriso quasi forzato dalla circostanza, una mezza smorfia del viso che aveva dato seguito ad una piccola, sincera lacrima.
Erano già passati otto anni, come diavolo era possibile? Tutto ciò che lei sapeva in quel preciso momento non riguardava portare indietro il tempo o addirittura fermarlo, anche se ne sarebbe stata lieta, ma il sentirsi inquieta. Inquieta e all'erta.
Si girava e rigirava tra le lenzuola, sudata, mentre il marito russava rumorosamente, perso in chissà quale sogno.
Il temporale era cessato, e gli sprazzi di cielo affioranti dalla grande finestra della camera da letto si presentarono sgombri e limpidi alla sua vista sbiadita.
Lo scambio di parole a denti stretti che aveva avuto con Martin solo poche ore prima, era caduto nel nulla, come se non fosse affatto esistito.  Tuttavia non per una eventuale riconciliazione, ma perchè la rabbia era stata talmente intensa da indurla a correre in bagno per i conati di vomito. Le budella le si erano attorcigliate come in preda ad un'enorme dose alcolica non gradita. Si, anche l'amore era una droga, tanto quanto il bere e il fumare, ma a differenza di quest'ultimi, Rachel non ce la faceva proprio a coglierne i lati positivi.
Si alzò dal letto, poichè la gola secca richiedeva acqua. Il parquet scricchiolava leggermente a contatto con il piedi nudi, nonostante lei facesse attenzione a non rendersi troppo rumorosa. Nel silenzio della notte i rumori parevano più intensi e sinistri di quanto si sarebbe aspettata.
Scese le scale, diretta verso la cucina. Uno ad uno percorse i gradini, lentamente, in quella oscurità. Ma quando riuscì ad intravedere l'ingresso e il comunicante disimpegno, sentì una fitta alla pianta del piede, ed inciampò su qualcosa. Non se ne rese conto, in un primo momento, perchè il dolore improvviso fu talmente lancinante da mozzarle il fiato, e pur tenendosi alla ringhiera, il gesto era stato troppo brusco per frenare la caduta. Fece gli ultimi cinque gradini in una capriola che la rovinò a terra. Sbattè la testa contro il muro, violentemente, e in quegli attimi di puro panico, le sembrò di intravedere Lacey a pochi metri di distanza.
Si sarebbe potuta confondere con le ombre della stanza, tanto era immobile, pur mantenendosi in piedi e con Mo' stretta al petto. Aveva gli occhi sbarrati e un'espressione di terrificante colpevolezza.
In quel grottesco girotondo, così appariva il mondo allo sguardo di una Rachel stordita,  si udirono poche parole, quasi sussurrate, da una voce fredda e innaturale: "non è colpa mia, me l'ha ordinato lei."
E poi, nella sua mente, prima che potesse prender corpo un qualsiasi pensiero razionale, o una spiegazione logica per una situazione tanto assurda, fu più buio del buio.

StefanoRomagna - 17:44 - Permalink - commenti (61) - commenti (61) (popup)

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mercoledì, 19 settembre 2007

Non ci sono rimandi a King, stavolta. Per cui, concentratevi sull'estratto per critiche, suggerimenti e qualunque cosa vi passi per la testa. Felice Mercoledì a tutti.

Dopo cena, e poco prima di andare a dormire, a Lacey piaceva molto guardare la tv, nell'attesa che la tavola venisse disfatta e i piatti lavati. La bambina si sdraiò su un grosso divano di pelle, lasciando che i cartoni animati del tardo pomeriggio la allietassero per qualche breve minuto. "Vai Rabbit, acchiappa la lepre", diceva sorridente verso lo schermo. Aveva una risata incantevole e piena di vita, le volte in cui si sentiva felice. E le bastava poco per esserlo. Cambiava canale con il telecomando come se non si fosse mai trovata prima d'ora davanti ad un apparecchio televisivo, divertendosi da morire. Eppure, in quel momento di gioia,  sentiva freddo, e la bugia durante il pasto non se l'era scordata.
Anche Rachel, che era china sul lavello della cucina immobile come una statua, si guardava le mani insaponate sfregare le stoviglie. Era altrove con la testa, e non se ne sentì affatto felice. Come poteva sentirsi, d'altronde, quando era perfettamente consciente che qualcosa non andava? Come poteva mettere a tacere i dubbi, le domande, e tutta quella serie di congetture che affollano la mente di un genitore all'occorrenza di strani eventi? Non era ancora riuscita ad inquadrare il problema, nonostante i ripetuti segnali. Come se non bastasse, i litigi con il marito le avevano lasciato poco tempo per la figlia.
"Rovinerai il piatto a furia di sfregarlo in quel modo", sussurrò una voce maschile alle sue spalle. Era proprio Martin, che in un raro gesto d'affetto l'aveva raggiunta dal soggiorno, stringendola verso di lui in un abbraccio che la fece sussultare per la sorpresa. Le affiorò la pelle d'oca, forse per il tono di voce che aveva usato, o forse perchè non era ancora pronta per quel genere di effusioni. Fuori, il temporale dava il meglio di sè in copiosi getti di umide gocce. Si schiantavano, così piccole e numerose, contro il vetro della finestra, tingendo il giardino di assorta malinconia. Era freddo, il vetro, come era fredda quella casa, nonostante il riscaldamento funzionasse a pieno regime.
E il freddo, aveva imparato la famiglia Trevor,  è difficile da scacciare. Ti entra dentro mozzandoti il respiro, e quando te ne accorgi, non c'è più nulla da fare. Ti soggioga e strattona in malo modo, facendoti sentire in balia degli eventi, barcollante come una pedina mossa da qualcuno più grande di te. Quando rovini a terra, e credi che il peggio sia passato, hai già le catene ai polsi. E sai benissimo che è solo questione di tempo prima che il momento più oscuro ti afferri nuovamente. In un ciclo che non conosce tregua, e che ti rende, alla fine di tutto, immensamente vuoto, disperato, diverso.
"Tesoro, mi hai spaventata", disse con un mezzo sorriso al marito.
"Non ti ho sentito arrivare."
"Scusami."
Martin non seppe dire altro, continuando comunque a tenersela stretta, quella donna che tanto amava. Nonostante tutto.
"Volevo portare fuori il cane, ma non si trova da nessuna parte. Temo possa ammalarsi, con questa pioggia."
"Sarà andato ancora una volta a gironzolare per il quartiere, o a spaventare il gatto degli Spotts." Aprì il rubinetto per sciaquarsi le mani. Come diamine fai a preoccuparti del cane?  E solo dopo quella raggelante considerazione, Rachel si voltò, interrogativa. Non ce la faceva più a tenersi dentro le domande. Doveva sapere se il magone che covava in gola era lo stesso dell'uomo che aveva sposato dieci anni prima. Voleva capire se la salute della figlia era ancora un motivo valido per tenerli uniti. Per un attimo esitò, poi la vocina nella testa che prende il nome di coscienza, ebbe la meglio.
"Tu non hai notato niente in Lacey? Non ti sembra.... strana?" Le venne fuori dalla bocca quasi come un balbettio distorto.
Non amava usare quei termini nei confronti della bambina, ma venne allo stesso tempo scossa dalla consapevolezza che, in fondo, non c'era parola migliore. Martin spostò lo sguardo verso il salotto, inarcando un sopracciglio. Lacey sembrava calma, divertita. "Forse è solo ancora un pò scossa, Rachel. Quella notte è stata difficile per tutti. E' stata..."
"Orribile?", lo interruppe lei. "Si, decisamente si", e lo disse con una forza ed eloquenza sufficienti ad allontanarsi da lui. Tornò a sciacquare le stoviglie, con movimenti ancora più frenetici di prima. La rabbia stava montando, incontrollabile, accompagnata da un senso di frustrazione altrettanto incontenibile. Reggeva sempre il solito piatto. "C'è dell'altro, Martin. Qualcosa che non ci vuole dire."
Si voltò di nuovo, fissando il marito con sguardo severo.
"Li ho visti, i suoi occhi. Erano sbarratti dalla paura."
Poi, forse per sbadataggine, lo stesso piatto che, annegato dal sapone brillava quasi di luce propria, le scivolò di mano, e pure se per pochi centimetri la caduta all'interno del lavello fu abbastanza forte da spaccarlo in due. Rachel esplose. "Per una volta, una fottutissima volta", ribadì con voce crescente, "potresti almeno fingere che te ne importi qualcosa?"


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StefanoRomagna - 17:59 - Permalink - commenti (57) - commenti (57) (popup)

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domenica, 16 settembre 2007

All'interno del brano troverete un altro tributo a Stephen King. Non nego di provare una certa soddisfazione nel farvi spremere le sinapsi! E anche se stavolta non è così semplice come per il passato estratto, sono disposto a concedervi un piccolo indizio. Ma solo se proprio non ce la fate. :-) Esperti del Re dell'horror, stupitemi!

"Sono affamato", disse stancamente Martin Trevor tra sè e sè. Attendeva la portata principale con le mani strette fermamente su forchetta e coltello, seduto a capotavola, al centro di una sala da pranzo finemente arredata. Era a pezzi, quella sera. La giornata al Liceo Mallen si era rivelata più spossante e monotona del previsto. Bryan Smith, il nuovo arrivato, gli aveva dato un bel da fare. Martin era stato costretto a sospenderlo per comportamenti inopportuni in un'aula scolastica. Riempire d'acqua un preservativo, esporlo sulla cattedra e scrivere "sgonfiami" alla lavagna era veramente troppo anche per il suo modo d'insegnare forse un tantino permissivo.
Aveva punito lo stupido ragazzetto perchè se lo meritava, infliggendogli un provvedimento disciplinare, ma colmando solo in parte la frustrazione che si portava dietro. 
Glielo si poteva leggere negli occhi, gli stessi di Lacey, così scuri, profondi e malinconici, che il suo prossimo passo sarebbe stato rivolto verso il divano e la tv, oppure direttamente a letto, deciso a stroncare la stanchezza con dieci ore di sonno filate. Quando la figlia lo raggiunse, assieme alla madre, iniziarono a consumare il pasto in religioso silenzio. Non era loro abitudine conversare a tavola, sebbene l'istinto di cianciare tipico di ogni bambino portasse Lacey a dimenticarsene. Era una regola, non scritta, ma pur sempre una regola. Si era sempre fatto così, e nessuno se ne era mai lamentato. L'unico rumore udibile era il cozzare distorto delle posate contro i piatti di porcellana, un "mi passeresti il sale" detto senza tanta convinzione, e il vento. Si era alzato all'improvviso, trasportando con sè foglie morte e rami secchi in un turbine gelido. Non c'era traccia del cielo terso che aveva ospitato un tramonto di rara bellezza. Adesso era grigio, carico di pioggia, e sembrava che le nuvole fossero sul punto di rincorrersi, lanciandosi timidi bagliori di tuono l'una contro l'altra. "Si prospetta un autunno particolarmente freddo", esordì Rachel stringendosi le spalle. Martin annuì per un istante, per poi tornare a mangiare lo stufato che gli era stato amorevolmente preparato. Lacey, dal canto suo, non aveva fame. Guardava fuori dalla finestra gli alberi oscillare a destra e sinistra. Vedeva occhi, in quegli alberi. Vedeva ricordi che non era in grado di esternare. Troppo brutti, troppo paurosi per poterne parlare. E di questo, con un rapido sguardo, Rachel se ne accorse. "Tesoro, c'è qualcosa che non va?", chiese.
Lacey la guardò con occhi che potevano dire tutto e niente allo stesso tempo. "No, mamma", mentì.
Il terrore della consapevolezza affiorò sul suo volto come se fosse riuscito ad eludere le grinfie dell'autocontrollo. L'acqua fredda che s'insinuava tra i vestiti, la terra bagnata in cui era scivolata, il buio. Si, il buio profondo che le rendeva pressocchè impossibile distinguere un qualsiasi punto di riferimento. E quei rumori. Lontani ma vicini, deboli e forti. I battiti di un qualcosa, che le aveva dato la certezza di non essere sola, nel cuore di Tips Lock. Sentì un brivido affiorare sulla pelle. No, non poteva parlarne con nessuno. Non poteva dire di aver trovato Mo' proprio lì, quella notte. Sua madre non avrebbe capito e le avrebbe potuto dare della ladra per essersi appropriata di qualcosa che non le apparteneva. Quei rumori, battiti di un qualcosa. Gli occhi degli alberi, il vento. Trattenne a fatica un urlo. "Va tutto bene, mamma." 

StefanoRomagna - 17:45 - Permalink - commenti (56) - commenti (56) (popup)

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