martedì, 12 agosto 2008



Mike Noonan, un tempo romanziere di successo, perde l’ispirazione dopo la morte di sua moglie Johanna. Sono passati quattro anni dalla tragedia, e dopo aver dato in pasto ai suoi editori avvoltoi quattro manoscritti concepiti in precedenza per stare dietro alle sue scadenze, il nostro protagonista decide di lasciare Derry per rifugiarsi nell’antica casa sul lago di Dark Score, nel Maine, luogo ove avevano trascorso assieme momenti felici. La speranza è che l’aria familiare gli faccia superare il blocco dello scrittore, ostacolo che impedisce di portare avanti la sua carriera letteraria. Niente di più sbagliato, e lo capirà suo malgrado troppo tardi, perché c’è qualcosa tra le mura di tronchi che non si rassegna a quella tremenda perdita. Ci sono presenze e atmosfere che sembrano voler comunicare qualcosa a chi sa cogliere i segni. Jo è morta e tuttavia continua a manifestarsi… quella casa pare viva, in grado di respirare e avere una sua volontà, e quando Mike s’imbatte in una giovane ragazza madre, le cose iniziano a precipitare in un vortice di eventi quasi predestinati.
Mucchio d’ossa è, come si legge dalla copertina, una storia d’amore maledetta, la storia di un uomo che non vuole andare avanti e preferisce perdersi nel passato. Una vicenda che pesca a piene mani nel torbido della coscienza umana e ha radici profondissime nella comunità locale. Oscuri segreti si annidano nei pressi del lago e pare che la sua defunta moglie ne fosse coinvolta fino al collo. Morta per un aneurisma non diagnosticato in tempo, Mike scopre che era incinta tramite un test di gravidanza trovato nella sua borsa. E’ la spinta decisiva che gli impone di andare oltre la questione, scrollarsi la solitudine di dosso e capire.
Ci vuole tempo prima di afferrare i nessi, i messaggi criptici, e la scrittura è di estrema lentezza. La trama si dipana poco a poco, e i tasselli che la vanno a comporre sono densi e pregni di un orrore molto più grande di quanto si possa immaginare. Ma non c’è nulla di scontato in quello che è considerato l’ultimo grande libro di King prima della lenta discesa degli ultimi anni. Il ritmo cresce in una parabola ascendente che non conosce tregua e tutto ha un suo ordine meticoloso. Basta pazientare, godersi gli aneddoti e i ricordi narrati in prima persona e la maledizione vi colpirà quando meno ve lo aspettate. Se pensate infatti che sia una semplice e banale storia di spiriti, sappiate che siete lontani miglia e miglia dalla risposta corretta. Avete toppato di brutto. Vi dico acqua, acqua e ancora acqua. Mucchio d’ossa è molto di più, e fa delle presenze inquietanti un uso intelligente e mai eccessivo. I momenti da brivido non mancheranno, anche se è il matrimonio di Mike e Jo che resta lo sfondo struggente di tutto il filo narrativo, assumendo connotazione macabre inedite e allo stesso tempo dolci.
Lo stile del Re muta e si fa malinconico, crepuscolare, tutto perso nel ricordo di un lutto che, a distanza di anni, non è ancora stato superato e probabilmente non lo sarà mai. In bocca si sente il sapore del fiele, delle cose non dette, un miscuglio di fragranze che sfocia nel sesso, nella tenerezza, nel bene e nel male di ogni rapporto coniugale. Una visione dell’amore e una metafora della vita dello scrittore, con tutti i suoi intrinseci lati positivi e negativi, questo traspare dalle seicento pagine del romanzo. Mucchio d’ossa è una gemma di sentimenti puri e delicatissimi, è un sussurro alla base del collo che dice “Oh, Mike”, è un insieme di lettere magnetiche sul frigorifero che si spostano da sole andando a formare strane parole. E’ una campana che vibra nel silenzio, è un bambino morto annegato che ti guarda dal fondo del lago con i suoi occhi vacui e senza pupille. E’ Mattie Devore che non è in grado di sbarcare il lunario, è la sua meravigliosa figlia a cui manca una figura paterna, è Sara Laughs che brama la sua vendetta.
Mucchio d’ossa è un mucchio d’ossa.
Questo libro non mi ha solamente avvinto, non mi ha solo coinvolto e fatto venire un groppo in gola. Questo libro mi ha donato una grande verità che è in sé unica e preziosissima. Una verità di quelle che diamo per scontate e invece non lo sono affatto. Non abbiate mai da pensare di conoscere fino in fondo chi vi sta accanto, perché sarebbe una pia e gratuita illusione. Nessuno si conosce nella sua interezza. Ci saranno sempre, nell’altro, angoli avvolti dalle tenebre a noi lontani e inaccessibili. Angoli che non dovremmo far emergere e lasciare riposare in pace. Come per Mike, che non conosceva poi così bene sua moglie, portatrice di abitudini e segreti che lui nemmeno sospettava esistessero. E per questo ha pagato un prezzo altissimo.


StefanoRomagna - 14:57 - Permalink - commenti (40) - commenti (40) (popup)

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sabato, 09 agosto 2008

Alice e Mattia sono due persone le cui vite corrono parallele. Pur non conoscendosi vivono nella stessa città, una Torino un po’ impersonale e tuttavia riconoscibilissima, e sono accomunati da gravi traumi che li segneranno per il resto dei loro giorni. Lei odia sciare, ma durante una nebbiosa mattina il padre la costringe a seguire il suo istruttore su per la montagna. Il latte della colazione le pesa sullo stomaco, così se la fa sotto, e per le vergogna decide di tornare a valle senza l’aiuto di nessuno. Sceglie una pista chiusa e ha un incidente. La caduta la renderà storpia per sempre. Alice non accetta il suo corpo, di conseguenza rifiuta il cibo e qualsiasi contatto con i coetanei. Si sente brutta, inadeguata e ce l’ha col mondo intero. Mattia, ragazzo dotato ma stanco di dover sempre badare alla sorella gemella ritardata, una sera in cui qualcuno si decide ad invitarli entrambi ad una festa, per paura di essere deriso dai compagni ha l’infelice idea di abbandonarla al parco, con la promessa che tornerà presto da lei. La sorella non verrà più ritrovata e lui, per espiare questa colpa, prende l’abitudine di tagliarsi con qualsiasi cosa gli capiti sottomano.

Una zoppa e un autolesionista, due ragazzi diversi, due individui incapaci di vivere perché scottati dal loro infausto destino. Due numeri primi gemelli, ovvero numeri primi separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Questa è, in sintesi, l’efficace metafora di una vicenda straziante, due episodi con le loro conseguenze irreversibili, scritta dall’esordiente Paolo Giordano, caso editoriale e recente premio Strega.

Un libro ora spietato, ora delicato, pervaso da una solitudine che, pagina dopo pagina, non pare avere fine. Un libro che alterna momenti di tensione a scene di una tenerezza quasi rarefatta, sorretto da un buon ritmo e la curiosità crescente di sapere se almeno uno dei due ce la farà a vivere davvero. Il lettore si getta a capofitto nella storia, vive i drammi dei protagonisti con la certezza che non esiste altra conclusione se non quella che giunge dopo trecento pagine veloci e incredibilmente sofferte, un percorso interiore che parte dall’infanzia e termina in piena età adulta. La speranza che le cose vadano diversamente resta una semplice illusione, viene disattesa da episodi sempre più amari, ed è molta la delusione per il finale, per le cose non dette e le mezze verità. Quando uno ci spera e proprio non è destino…

Lo stile di Giordano è maturo, perché pur leggero e tutt’altro che ampolloso riesce a rendere benissimo le implicazioni emotive dei personaggi, i conflitti interiori, la cocente amarezza di un passato che non è mai stato archiviato. Le parole scorrono bene e certe scene vi baleneranno in mente in modo cristallino. Non è semplice dire molte cose senza eccedere, e La solitudine dei numeri primi è un romanzo dove si parla poco, perché molto, forse troppo, è lasciato a dialoghi rari e a un lunghissimo filo di silenzi e sottintesi. I due protagonisti sembrano appartenere allo stesso mondo, hanno entrambi avuto vita difficile, ma vi sono barriere che neanche l’amore è in grado di infrangere. Lui, un genio matematico che ha vinto una borsa di studio all’estero, lei una fotografa mancata, e a fare da sfondo resta un’amicizia lacunosa, piena di buchi e quesiti irrisolti. Ciò che li rende simili finisce per acuirsi e trasformarsi in qualcosa che invece li allontana.

Un romanzo che fa il suo dovere, ma che non è tuttavia esente da difetti, poichè si porta dietro determinate magagne congenite, come alcune frasi che suonano male e non sono state “piallate” a dovere, oltre a una certa superficialità di fondo nel trattare tematiche così delicate che talvolta stona con l’alto livello di tutto il resto. Alice è un’anoressica praticamente da sempre. Esclusi i primi capitoli, la conosciamo adolescente, già alle prese con questo disturbo alimentare. Non mangia da anni, eppure da adulta continua a non manifestare problemi gravi, e questa è una cosa che ho trovato un po’ inverosimile. Mi è parsa buttata lì senza approfondire, senza calarsi davvero nella parte di chi è costretto a fare i conti con una malattia tanto seria, e che di anoressia al lungo andare, senza cure, si muore. Arrivato a conclusione è rimasta, stagnante, la sensazione che l’autore abbia voluto osare, ma che si sia tirato indietro all’ultimo. Giordano lancia il sasso ma poi nasconde il braccio, non resta a guardare le onde concentriche sul pelo dell’acqua.

Un libro valido, ma anche un tantino sopravvalutato.

Henry Chinaski è un uomo che vive alla giornata, ama l’alcool, il sesso e le belle donne. Di mestiere fa il postino, ma è un postino strano. Si abbandona tutte le notti a sfrenati amplessi e grandi bevute, eppure alle cinque del mattino è puntualmente al suo ufficio ad attendere gli ordini del suo sadico capo. I giri di consegna sono frustranti, lunghi e ripetitivi, e fanno da contro-altare agli eccessi edonistici che subentrano quando cala il sole. Ma quando Henry beve, nel gesto non c’è alcuna pulsione autolesionista. Lo fa perché gli piace, come gli piace passare da una donna all’altra senza troppi complimenti. Lui è in sé un menefreghista a cui non importa altro che riposare dopo i massacranti turni di lavoro e andare a scommettere alle corse dei cavalli. Cambia casa, cambia moglie, cambia animale domestico. In continuazione. Per lui essere liberi significa procurarsi il maggior piacere possibile, e non importa se il prezzo da pagare è alto, se manca il denaro per comprare da mangiare. L’ufficio postale, efficace metafora della società organizzata, con i suoi tempi da rispettare e scadenze opprimenti, diventa quindi un vero e proprio ostacolo a questa vita sregolata. L’unica via d’uscita è il licenziamento, che otterrà presto, diventando la sola strada percorribile verso un destino di miseria e precarietà, fatto di lavoretti occasionali e salti da un letto all’altro.
Charles Bukowski era un autore che non conoscevo, anche se ne avevo sentito parlare su Anobii. Incuriosito, ho voluto saperne di più.
Post Office, scritto nel 1971, è il suo secondo romanzo dopo il clamoroso successo di Taccuino di un vecchio sporcaccione, e l’ho gradito per la sua spontaneità, per la potenza di un linguaggio scarno, ridotto all’osso e tuttavia di grande impatto. La prosa è essenziale, mira al sodo evitando prolissi giri di parole, le descrizioni minime e la narrazione velocissima. L’ho terminato in mezza giornata. Il gergo è spesso volgare, da scaricatore di porto. Frasi come “Andai a casa e lo poggiai al culo caldo di Betty” o “Glielo ficcai dentro e venni, venni, venni” sono ricorrenti, illuminanti per comprendere cosa l’autore vuole dirci. Post Office è un romanzo sincero, ti sbatte in faccia una verità dura, e al lettore non resta che accettarla o cambiare lettura, perché non vi è nulla di artefatto o scritto per aggraziarselo.
Un libro che gioca molto con l’ironia e il cinismo per descrivere le ambiguità, i vizi e le stranezze di un protagonista che è in larga parte un alter ego autobiografico di Bukowski. L’autore stesso, infatti, ebbe un’infanzia difficile, fra maltrattamenti da parte del padre e seri problemi di alcolismo una volta diventato adulto. E questo lo rende un narratore perfetto nel descrivere la sua auto-emarginazione e la critica violenta al sogno americano. Tutte cose che sono diventate marchio distintivo del suo operare, senza mai perdere di vista il filo di un’aggressività superiore che non esiterà a scatenare contro il suo personaggio, costruito con così tanta cura. L’impressione è che ci sia una costante voglia di sdrammatizzare la situazione, una tensione rabbiosa che è sul punto di esplodere ma si ferma poco prima. Ridere per non piangere, come si usa dire.
Da leggere se amate lo humor spinto, senza dimenticare comunque che al di sotto delle parolacce e delle battute a effetto, aldilà dell’ilarità che certe scene non mancheranno di scatenare, oltre quel degrado consapevole, si staglia tutto il dolore di un uomo solo, incapace di ritrovare la via di casa.


StefanoRomagna - 17:38 - Permalink - commenti (8) - commenti (8) (popup)

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martedì, 05 agosto 2008

 

 

Esistono, nel variegato mondo della narrativa contemporanea, scrittori bravi a concepire romanzi. Esiste anche una ristretta cerchia degli stessi che è in grado di creare brevi racconti dal nulla. Storie slegate e auto-conclusive, spesso semplici idee appena abbozzate o esercizi creativi. Tutti sappiamo che scrivere un bel racconto è difficilissimo, anche se può sembrare il contrario, poiché alla sintesi e alla minore densità di pagine deve sopperire un qualcosa che catturi all’istante, un quid narrativo originale e spiazzante. Ci vuole polso per dominare la penna, ma anche allenamento e una piccola dose di predisposizione. E’ nondimeno risaputo che se la maggior parte delle volte i romanzieri non raggiungono gli stessi stratosferici livelli quando si cimentano nei racconti, quasi sempre è vero anche l’opposto, ossia che capaci creatori di racconti perdono il tocco annegando il loro straordinario acume nella maggiore lunghezza dei romanzi. Stephen King è un’eccezione, è uno di quegli scrittori che sa fare entrambe le cose con risultati che non hanno mancato di lasciarmi a bocca aperta, al pari di autori come H.P Lovecraft, George R.R. Martin e Arthur Clarke. E Scheletri, se non si fosse ancora capito, contiene dei bellissimi racconti. Non tutti sono allo stesso livello, non sempre la trama è avvincente o il ritmo all’altezza, ma alcuni di essi sono autentiche e pregevolissime perle. La raccolta ne contiene ventidue, di lunghezza variabile e dalle tematiche più diverse, ma legati da un unico, angoscioso collante, che poi è il suo biglietto da visita: la paura. Gli spunti da cui parte la scintilla sono sempre i medesimi, li conoscerete senz’altro se apprezzate il Re dell’Horror. La quotidianità di tutti i giorni, l’essere genitori, il far parte di una famiglia, una tranquilla bravata tra amici, situazioni che danno una labile aria di sicurezza, e che dalla normalità si tramutano in un nulla in terrificanti incubi domestici da cui non c’è scampo alcuno. Perché la grandezza di un simile autore e il modo in cui riesce a terrorizzare nasce proprio da questo tipo di associazioni.

Si inizia con La nebbia, il racconto più lungo, che vede una malefica nebbia bianca invadere una sonnolenta cittadina del Maine, e tra quei banchi aleggianti strane cose si muovono, attaccano e tengono segregate un gruppo di persone all’interno di un supermercato. Nessuno sa come comportarsi, e la tensione crescente spingerà gli inquilini forzati a dinamiche discutibili. Avvincente è l’unico aggettivo che mi viene in mente, tanto quanto il film che ne è stato tratto e che ho apprezzato molto.

L’antologia termina con Il braccio, l’inquietante vicenda di una donna che non ha mai lasciato la sua isola, il mare e i canti dei morti che sopraggiungono la notte. Quel che c’è nel mezzo non è né più, né meno. Le storie sono bene o male tutte godibili, non annoiano e confermano quanto King nei corti sia micidiale. Ovviamente alcune idee sono migliori di altre, come ne La scimmia, Il word processor degli dei e L’arte di sopravvivere. La scimmia è in assoluto il più agghiacciante nella sua semplicità, lo si capisce dall’immagine di copertina. Un giocattolo meccanico dal quale non ci si può liberare, che batte i piatti, e ogni qual volta accade, ogni qual volta quel rumore distorto si propaga, qualcuno nelle vicinanze muore in circostanze equivoche. Un racconto che non lascia impassibili. Il word processor degli dei narra di un aspirante scrittore che un giorno accende il suo pc e scopre che la tastiera può influenzare il mondo che lo circonda digitando ciò che si vuole. Allora capirete come un uomo insoddisfatto possa cambiare il carattere di una persona o cancellare un membro della sua famiglia scrivendo semplicemente Delete. Geniale, non aggiungo altro.

Ne L’arte di sopravvivere un promettente chirurgo radiato dall’albo perché sorpreso a falsificare ricette mediche precipita su un’isola deserta, senza cibo né acqua. E quando i soccorsi non arrivano e sopraggiunge la fame, lui, stremato e vinto da una terribile follia, inizia a cibarsi di… se stesso. Raccapricciante.

Non sono da meno La zattera, La nonna e La scorciatoia della signora Todd. Nel primo, un gruppo di amici balordi decide di farsi una nuotata in pieno inverno, al puro scopo di raggiungere una zattera al centro di un lago. Il gesto risveglierà una presenza, un’oscura e informe massa che vive sott’acqua, che inizierà a sterminarli uno per uno, tra riflessi, allucinazioni e scene violente.

Il secondo, retaggio adolescenziale dell’autore stesso, è la storia di un nipote che ha il terrore di sua nonna, anziana signora che vegeta a letto, e per un’incombenza improvvisa della madre è costretto a stare a casa, da solo con lei e le sue paure. Capirà troppo tardi che l’innocua vecchietta non è poi così innocua, e che cose del suo passato hanno un significato assai rilevante. Molto bello, soprattutto il finale.

La scorciatoia della signora Todd King l’ha scritto ispirandosi a sua moglie. Una donna che ama guidare e, nessuno sa come, riesce a trovare sempre delle scorciatoie tra un luogo e l’altro. Ma l’ennesimo tentativo di accorciare le distanze la porterà in strade che era meglio non imboccare, poiché molte e pericolose sono le creature che vi risiedono. Stupenda l’idea di fondo e l’introspezione psicologica della protagonista. Di scarsa rilevanza sono Tigri, Caino scatenato, Ode del paranoide e Per Owen, ben scritti come sempre, ma anche estremamente brevi e dai risultati inconcludenti. Intriganti invece L’uomo che non voleva stringere la mano e La ballata della pallottola flessibile: il primo è la strana storia di un uomo solitario che ha la fobia di stringere la mano a qualcuno per motivi ignoti, e lo scherzo burlone di un conoscente, durante un gioco fra amici, spingerà il soggetto alla pazzia prima, al suicidio dopo. Il secondo è pura classe e inventiva nel descrivere gli inquietanti animali che vivono nella macchina da scrivere di un famoso scrittore di successo, oltre a complotti a suo danno che pare esistano solo nella sua mente.

Ma il mio racconto preferito è Il Viaggio, ottimo esempio di horror e fantascienza. Sebbene dal punto di vista scientifico scricchioli un po’, la trama appassiona e offre notevoli spunti di riflessione. Una famiglia decide di trasferirsi su Marte grazie a un mezzo di trasporto che è apparentemente sicuro: il teletrasporto, inventato da uno scienziato trecento anni prima. Per far sì che tutto vada per il meglio i passeggeri devono però essere addormentati, perché nessuno sa cosa accade da svegli durante i nanosecondi necessari per passare da una parte all’altra del portale. Nessuno tranne… non ve lo dico! Sta a voi scoprirlo. Sta a voi leggere queste piccole meraviglie.

Scheletri è quindi una raccolta godibile, divertente dalla prima all’ultima pagina, scritta con intelligenza e quella competenza che in molti si sognano. Un ammasso di genialità sorretto dal sontuoso stile narrativo di King, ora rozzo, ora delicato, ora macabro, ma mai uguale o fine a se stesso. Un acquisto obbligatorio per gli aficionados del Re e l’ennesima occasione per, se non lo avete ancora fatto e non mi stancherò mai di dirlo, scoprire il genio di Stephen King tramite i suoi racconti.

Per una volta allora evitate di andare a cena fuori, e con i soldi risparmiati pigliatevi l’antologia, disponibile da tempo in edizione economica. Il vostro stomaco ne soffrirà, e il ritmo sonno-veglia… pure!


StefanoRomagna - 21:24 - Permalink - commenti (18) - commenti (18) (popup)

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lunedì, 28 luglio 2008

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Danny Martine, bianco prescelto, deve salvare il mondo di Estasia dalle trame del diabolico Disperio. Il suddetto, complice la Nebbia Frenesia, ha scatenato il caos e catapultato la regina Dharma, colei che regna su quelle terre, nel sonno del NonQuando rubando le nove luci della corona incantata.
E’ l’inizio di un’avventura che porterà il protagonista, un ragazzo qualunque che va male a scuola e ha una madre muta per dolorose circostanze, in lande dove ristabilire l’ordine e combattere contro perfide creature, arrivando perfino a dubitare di se stesso.
L’esordio letterario di Francesco Falconi è un romanzo che in principio mi ha spiazzato per le ragioni sbagliate. Non ci giro intorno perché amo la schiettezza: le prime pagine, retaggio di un manoscritto che l’autore iniziò ancora adolescente, non mi sono piaciute per nulla.
Troppa è la differenza nell’uso della prosa, nelle ingenuità dovute all’inesperienza dei capitoli originali con le parti sviluppate anni dopo. L’equilibrio si fa precario, mal dosato, e finisce con lo stridere in modo inevitabile. Errori di battitura, un editing impreciso che poteva e doveva porre rimedio laddove era necessario, situazioni frettolose liquidate con eccessiva semplicità, e un’ispirazione di base a Michael Ende fin troppo accentuata, hanno contribuito in larga misura a farmi partire con il piede sbagliato.
Del resto è evidente da subito quanto Estasia ricordi la Storia Infinita, capolavoro assoluto, libro preferito del sottoscritto e motivo scatenante della mia (forse) un po’ indelicata severità. Estasia/Fantàsia, Bianco Prescelto/ Bastian, Amuleto/Aurin, Dharma/ L’infante Imperatrice, e in tutta la prima parte le similitudini si sprecano, potrei ancora proseguire con nebbie che ricordano il Nulla, Acque della Vita e sagge tartarughe giganti.
Se la storia fosse andata avanti con questi presupposti, probabilmente non sarei riuscito ad andare oltre le prime ottanta pagine. Fortuna vuole che così non sia stato. Allora ho perseverato e sono stato ripagato, perché dove Estasia cresce, migliora e inizia a camminare con le proprie gambe è, a mio avviso, proprio nel momento in cui l’autore si libera dell’influenza Endiana lasciando emergere un Falconi più adulto, conciso e capace di notevoli trovate originali. E’ lì che il romanzo esprime il meglio di sé e cattura. E’ lì che la trama finalmente decolla, si legge nella giusta prospettiva e i personaggi assumono spessore, tra Melòdia, scacchiere mutanti e incantesimi nati da filastrocche. Superata l’amarezza iniziale, ogni capitolo diventa una piccola quest da portare a termine con idee sbarazzine e sempre diverse, come una scatola ad incastri perfettamente congegnata. Bolak il lucertoloide saprà regalarvi momenti spassosi e ricordi che conservo con piacere, ma sono gli ultimi capitoli i migliori in assoluto. Il palazzo dell’inverso è un chiaro esempio di cosa Falconi possa fare, strizzando l’occhio a tematiche dantesche e frasi rovesciate da leggere riflesse su uno specchio. Non è da meno La visione Ancestrale e il personaggio di Eufonio, che mi è piaciuto moltissimo.
Estasia in fondo non è altro che una bella metafora della vita reale, un romanzo per ragazzi genuino e pieno di fantasia, che non ha alcuna pretesa di realismo, accuratezza, se non una morale che ha per pilastri l’ottimismo, il credere nei sogni e non arrendersi mai. Tanto basta per renderlo consigliabile, ottimo per un pubblico giovane e affamato di meraviglie. E questo nonostante lo stile acerbo e i difetti, congeniti ma innegabili, che se estirpati avrebbero solo giovato a questo peculiare esordio. Adesso tocca a Il sigillo del Triadema!


StefanoRomagna - 09:23 - Permalink - commenti (28) - commenti (28) (popup)

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giovedì, 10 luglio 2008


Grand Theft Auto 4 è il gioco definitivo, è il nuovo capitolo di una serie di enorme successo. E' un capolavoro del genere avventura e azione in terza persona che ha venduto sei milioni di copie a poco meno di una settimana dall'uscita. I numeri farebbero impallidire chiunque, ma la qualità di questa esperienza merita davvero, e va oltre ogni limite.
Piccola premessa: per i non avvezzi ai videogiochi, sappiate che un gioco come Grand Theft Auto è estremo, violento, scurrile, e la cui morale di fondo è scalare le vette della malavita con ogni mezzo, più o meno lecito, al puro scopo di arricchirsi. Quindi, se siete moralisti e credete che ciò possa essere diseducativo, fermatevi qui, che siete ancora in tempo. Se invece ritenete che un videogioco resta tale e non va oltre il mero intrattenimento, seguitemi e non ve ne pentirete. Liberty City aspetta.
Il succo del gameplay è molto semplice: Gta4, come i suoi predecessori in 3d, è un'esperienza di avventura in terza persona che vede muovere un protagonista all'interno di una gigantesca città virtuale, curata nei minimi dettagli. Ci sono missioni da compiere, amici da farsi, sparatorie e tanta sana guida scorretta. Il nostro alter ego è Niko Bellic, un uomo proveniente dai balcani che raggiunge gli Stati Uniti mosso dalla speranza di un futuro migliore, e trova una prima sistemazione di fortuna dal cugino, già emigrato e integrato. Il primo punto di forza è proprio lui. Animato splendidamente, doppiato alla perfezione con un accento straniero tutto suo, Niko è un'eccellente esempio di visione narrativa, e sembra vero. Reagisce in modo plausibile a ogni situazione ed è ben inserito nella trama imbastita dagli sviluppatori Rockstar, attraverso sequenze animate e lunghi dialoghi tra uno spostamento e l'altro. Difficile non affezionarsi al suo pungente sarcasmo, alle continue frecciatine che lancia allo stato americano, non poi così diverso dalle terre afflitte dalla guerra che si è lasciato alle spalle. Indubbiamente la storia è di grande spessore, piena di retroscena tutt'altro che scontati e narrata con la sapienza di chi ci sa fare.
Il gioco vi permetterà di fare qualsiasi cosa vi passi per la testa. Limitarvi a seguire la missione principale o dedicarvi a quelle secondarie, in tutta libertà e senza alcun limite di tempo. Volete alzare il gomito con la birra? Potete farlo andando in uno dei numerosi bar della città, basta non mettervi alla guida, però, perchè sarete tanto sbronzi da cadere ogni tre passi. Volete fare il tassista? Potete.  Adescare una prostituta e scegliere il servizio adatto? Pure, con l'aggiunta che niente e nessuno vi impedirà, a servizio concluso, di pestarla a sangue e riprendervi i soldi. Gta, come i suoi predecessori, non è un gioco per tutti. E' cattivo, meschino e incredibilmente divertente. Potrete rubare una macchina e guidare senza meta per l'enorme mappa di gioco, ma anche andare in un negozio a rinnovare il guardaroba spendendo il denaro virtuale accumulato con le malefatte. Potrete passare a prendere i vostri amici e giocare assieme a bowling, freccette, o persino andare a vedere uno spettacolo di cabaret, uno striptease o rimanere a casa a fare zapping con la tv. Si, perchè in Gta4 sono state create oltre 5 ore di trasmissioni fittizie e divertentissime, oltre alla già sterminata quantità di brani musicali da ascoltare in macchina.
Ma è in azione che il gioco si esprime al meglio. La mira è stata migliorata rispetto ai capitoli precedenti, risultando più accurata, mentre il sistema di controllo sveltito e reso ancora più intuitivo è semplice da usare. Guidando dal punto A al punto B per raggiungere il luogo ove si svolge la missione si attiverà il gps, semplificando gli spostamenti. Liberty City è talmente grande che ci vorranno diversi minuti per arrivare da una parte all'altra, tenendo conto del traffico e dei pedaggi da pagare ai caselli. Il flusso di automobili varia in base alle ore del giorno e alle condizioni atmosferiche, ma se non ve la sentite di guidare si può sempre prendere un taxi o usare la metropolitana pagando la tariffa, ovviamente.
Il sistema di stelle quando sarete inseguiti dalla polizia è stato rivisto. Sulla mappa di gioco apparirà un cono d'influenza che cresce in base alla gravità del crimine, ma vi basterà uscire da esso per seminare le volanti e ricominciare a fare danni. Ne apparirà una per un semplice omicidio in presenza di un agente, due se ve la prendete con le forze dell'ordine, e via via a salire fino a scatenare elicotteri di pattuglia e l'esercito stesso che vi braccherà ovunque. Le varianti in questo caso sono molteplici e dipendono esclusivamente da voi.
Inoltre sono state aggiunte nuove funzioni al già esaltante pacchetto, piccoli ma utili tocchi di classe. Niko disporrà di un cellulare con cui chiamare e ricevere sms, personalizzabile persino negli sfondi e nelle suonerie, potrà andare in un internet point e controllare la posta per missioni o appuntamenti erotici, e lo stesso internet è pieno di siti da visitare, tutti rigorosamente in tema, rendendo l'esperienza ancora più profonda e realistica. Fare fuori uno spacciatore non è mai stato tanto divertente, scappare dalla polizia mai così esaltante. E sullo sfondo resta Liberty City, la città virtuale più verosimile che possa esistere. Enorme, variegata e modellata prendendo spunto da New York, ne è la copia non ufficiale, con gli stessi scorci e quartieri. C'è Brooklyn con il ponte omonimo, c'è il Bronx, ma anche Manhattan con Middle Park e Times Square, l'isola della Statua della Libertà, battezzata Isola della Spensieratezza, e il vicino New Jersey con i suoi moli malfamati. Un agglomerato di palazzi, zone residenziali esclusive, vicoli bui pulsanti di vita.

Vista dell'Empire State Building dalla cima
di un grattacielo raggiunto in elicottero



Niko Bellic a Chinatown


Vicino Battery Park



Times Square


Al rollecoaster di Firefly Island


Le immagini non rendono giustizia allo splendore del comparto visivo, sono slavate e prese da un cellulare, ma se avete una tv ad alta definizione ne vedrete delle belle! Sorretto dalla potenza delle console di nuova generazione e da una fisica allo stesso livello, il motore grafico di gioco, denominato Euphoria, è lo stato dell'arte e detta nuovi standard. Texture definite, effetti particellari adeguati fatti di scintille, fiamme, polvere, esplosioni, ma anche animazioni coerenti e sempre diverse l'una dall'altra, un'intera città ricostruita in 3d senza caricamenti, senza rallentamenti, anche nelle scene più concitate. Ci sono state volte in cui ho pensato davvero di trovarmi lì, tale è il realismo delle scene, dei tramonti, dei riverberi sull'acqua che l'illuminazione dinamica è in grado di gestire. La cura per i dettagli è maniacale in ogni frangente, e non riguarda solo il numero di poligoni a schermo. Qui si tratta di classe pura. Rubando un auto in movimento, e ricordo che ognuna ha uno stile di guida diverso, Niko forzerà il passeggero a scendere, e lui potrebbe opporre resistenza e riappropriarsene, ma se il veicolo è parcheggiato il nostro protagonista dovrà rompere il finestrino e collegare i fili per farlo partire, ignorando l'allarme e sperando che qualche volante in zona non lo noti, altrimenti bisognerà seminare la polizia. I passanti li vedremo impegnati nella loro routine quotidiane, ora a passeggiare, ora a telefonare, ora ad aprire un ombrello nelle giornate piovose, ma anche andare da Burger Shot a mangiare un panino o scappare mentre noi seminiamo il panico. Guidando male, la macchina si danneggerà fino a rompersi o esplodere, nella peggiore delle ipotesi. Le strade sono disseminate di cabine telefoniche, secchi della spazzatura, idranti, semafori, tutti oggetti rigorosamente distruttibili e in grado di influenzare l'ambiente che ci circonda.
Ma sono solo esempi, perchè riassumere un'esperienza come quella che offre Grand Theft Auto 4 è semplicemente impossibile. Bisogna provarlo di persona, assaporandone ogni suo variegato aspetto. Senza contare il multiplayer online, mai affetto da lag e con modalità di gioco divertentissime,  un inno alla libertà, allo sfogo, all'anarchia.
La versione in mio possesso è per Playstation 3, ma quella Xbox360 è identica e ugualmente eccellente. Le uniche differenze stanno in una paletta di colori più accesa per la console di Bill Gates e contenuti esclusivi per Microsoft che verranno rilasciati su Xbox Live nei mesi a venire. Dal canto suo la versione ps3 ha caricamenti di durata inferiore grazie alla possibilità di installare il gioco su hard disk e una fluidità globalmente migliore. Piccoli dettagli che non inficiano in alcun modo sulla qualità. Che sia per l'una o l'altra console, è un gioco da avere anche solo per un mordi e fuggi, o per godersi la splendida trama che non mancherà di offrire colpi di scena e una longevità di tutto rispetto.
Perchè Gta 4 è, in fondo, una visione portata agli estremi della società america, un filtro che distorce brillantemente la grandezza e le contraddizioni degli Stati Uniti, la terra delle opportunità dorate, grazie a uno humor nero inimitabile e sagace. Vedere Niko abbandonare la Serbia perchè non vuole più avere a che fare con la malavita e scoprire in seguito che a Liberty City non cambia nulla è una cosa che non ha prezzo. Gta4 è la pubblicità fittizzia studiata appositamente per il gioco, è canzoni hippie o anni 70 o quello che volete da ascoltare alla radio, è sesso e denaro, è prendere un elicottero e fare un giro panoramico, è andare a puttane, è conquistare il cuore della ragazza di turno corteggiandola nel modo giusto. Gta4 è farsi assoldare per uccidere un politico, rapinare una banca, sgommare su una rombante harley, solcare l'Hudson in motoscafo verso la statua della libertà o semplicemente perdersi nel verde di Middle Park. Un'immensa scatola dei giochi dove ogni azione ha la sua conseguenza, ma anche un milione di altre cose che non ricordo nemmeno. Aspettato per anni, osannato dalla critica, ha superato ogni mia più rosea aspettativa con una facilità disarmante. Ripeto, è un gioco da avere.
Vi lascio al trailer ufficiale e un filmato che mostra cosa si può fare.






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giovedì, 26 giugno 2008



L'ultimo cavaliere è il primo episodio dell'unica saga fantasy scritta da Stephen King, quella Torre Nera che in molti considerano la sua opera magna, e che non avevo ancora iniziato. Un romanzo giovanile molto particolare, quasi ostico e criptico per sviluppi e contenuti, ma che non ha mancato di affascinarmi al punto di continuare la lettura con gli episodi successivi.
King nella prefazione della versione che ho letto, ovvero quella riveduta, corretta e che ha goduto di parti aggiuntive, afferma di essersi ispirato al racconto in versi di Robert Browning, Childe Roland alla Torre Nera giunse, che a sua volta deve molto al Re Lear di Shakespeare, ma l'intento era, dalle parole dello stesso autore, quello di creare un'epopea che fosse una via di mezzo tra Il Signore degli Anelli di Tolkien e i film western di Sergio Leone. Un traguardo ambizioso, quindi, ed è ancora troppo presto per capire se ce l'ha fatta o no.
Ne risulta però una storia originale e piena zeppa di misteri, che si sviluppa lentamente e con un protagonista carismatico come pochi: Roland di Gilead il pistolero, l'ultimo cavaliere proveniente da un mondo che è andato avanti, la cui unica missione è seguire l'uomo in nero, l'unica via per la Torre Nera.
La vicenda è volutamente abbozzata, ridotta all'osso e non semplice da seguire perchè tassello di un qualcosa di ben più vasto, ma narrata con uno stile essenziale che fa dell'economia di linguaggio il suo punto di forza. Il King diciannovenne, avulso dall'elefantiasi letteraria che caratterizzerà i suoi lavori successivi, è irriconoscibile e crea un mondo essenziale di sinistre atmosfere e macabre minacce, quasi l'oscuro specchio di quello reale. Molto simile al nostro per alcune cose, radicalmente diverso per altre, come se i fili di uno stessa matassa avessero intrapreso strade diverse. Ogni parola è ben ponderata e assume molteplici significati, ci si fa strada tra realtà parallele e universi in cui il tempo va avanti o indietro, dove trovi corriere, canzoni famose e binari, ma la carta è merce rara e pregiatissima e termini come "strozzino" e "rastrellare" assumono connotazioni anche molto diverse da una parte all'altra.
Un romanzo profondamente diverso dai soliti a cui si è abituati leggendo il Re dell'Horror, che a sua volta prende le distanze dal successivo episodio, La chiamata dei tre che sto divorando in questi giorni e si dimostra molto più lineare e canonico.
Lande desertiche stremate dal sole da cui affiorano gli scheletri di creature millenarie, corvi maligni e villaggi sperduti popolati da contadini vinti dalla fame, questi sono i risultati di un King che si da al fantasy. Entro-Mondo, demoni, Ka-Tet e Uomini toccati da Dio sono solo alcune delle enigmatiche trovate che non trovano risposta in questa prima parte, narrata ora in modo tradizionale, ora grazie a rivelatori flashback che mettono alla luce episodi passati del Pistolero. La vicenda è comunque fluida, lascia spazio a notevoli margini di miglioramento e le ultime pagine del finale sono sorprendenti come nella migliore tradizione, lasciando al lettore una visione d'irresistibile alone mistico. Niente elfi nè nani, quindi, in questo peculiare esordio. Il libro, breve e veloce da portare a termine, si chiude con una promessa futura predetta dalle carte di un misterioso mazzo di tarocchi: il Prigioniero, la Signora delle Ombre e la Morte. Ed è famelica la voglia di capire a chi o cosa si riferiscono.

StefanoRomagna - 10:30 - Permalink - commenti (34) - commenti (34) (popup)

Categoria: stephen king, angolo del recensore

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giovedì, 19 giugno 2008



L'incipit è molto semplice, e si sviluppa con la velocità di un pugno in piena faccia, per poi arrestarsi come una lenta, disarmante agonia di sentimenti.

Jessie Mahout va alla sua casa al lago col marito, un avvocato di successo di nome Gerald, per passare qualche sana ora di svago. I due decidono di provare un nuovo gioco erotico, così la donna si lascia incatenare al letto da un paio di manette, aspettando che l'allupato marito faccia la prima mossa. D'altronde è già successo che facessero cose del genere, prima con sottili drappi di seta, ora con manette di acciaio che lui si è procurato grazie all'aiuto di un amico poliziotto. Poi però Jessie cambia idea, sente che qualcosa non va, e lo comunica a Gerald, che tuttavia fa finta di niente ignorando il suo disagio. Lei gli intima di liberarla, dapprima scherzando, poi con la rabbia nella voce. Non è divertente, pensa Jessie, non sentirsi presi sul serio.
Allora, stufa di farsi umiliare in quel modo, dato che lui non intende ascoltarla, gli molla un calcio in piena pancia nel tentativo di allontanarlo. All'inizio pare che non sia successo nulla, ma subito dopo Gerald si accascia a terra in preda a un infarto del miocardio, e schiatta lasciando Jessie da sola, incatenata e senza che nessuno sappia della loro presenza lì, perchè la zona a causa la bassa stagione è semidisabitata. Lo spunto è questo per una trama da incubo, elementare ma efficace. Il gioco di Gerald, considerato un'opera minore e noiosa, è un romanzo molto particolare. Lento, claustrofobico, definito da molti illeggibile e scontato, devo dire che a me invece è piaciuto, pur con qualche riserva.
Jessie si ritrova catapultata in una situazione paradossale. Non è in grado di muoversi troppo, ha sete, è impaurita. Sente dei rumori provenire dall'esterno. Il lago è inquieto, la porta di casa spalancata, aperta a tutti. Passano le ore e nessuno la cerca, la gola s'inaridisce e il buio incombe, lo stomaco sussulta per la fame e i crampi alla schiena iniziano a tormentarla. Siamo negli anni 80', quindi non esistono ancora cellulari, nessuna traccia di internet e compagnia bella.
La donna si ritrova un cane randagio nella stanza, affamato al punto da trascinare via il cadavere del marito e farne scempio. Lei è inerte, non può intervenire in alcun modo perchè le manette la trattengono, le chiavi sono proprio di fronte a lei, ma fuori dalla sua portata. E' allora che l'istinto di sopravvivenza le entra in testa sotto forma di voci diverse che interagiscono come fossero persone vere. Uno stratagemma che il Re ha ideato per variare un pò le cose, dato che il romanzo in fondo si sviluppa per più di 360 pagine narrando di un solo protagonista in un solo ambiente. Il tempo e lo spazio si fondono, le voci si fanno più pressanti, e l'occasione diventa per Jessie un modo per vagare tra i ricordi e riportare a galla traumi che aveva rimosso. Una misteriosa eclissi totale di sole avvenuta molti anni prima, una madre con cui non va d'accordo, un padre fin troppo affettuoso dalle mani lunghe... e presenze nascoste che la fissano. Si, perchè la donna non è sola in quel tugurio di dolore e angoscia. Non deve solo preoccuparsi di reagire al destino cinico che la sta uccidendo, ai muscoli intorpidi che non le danno tregua, a ogni suono molesto che la terrorizza. Un'ombra la spia, nascosta, e il lettore fino alla fine non è in grado di capire se è un qualcosa di tangibile o solo frutto della sua immaginazione, dovuto a una situazione atroce che la spingerà al limite. Il gioco di Gerald è un esperimento creativo, nato come racconto e sviluppato in romanzo solo dopo, ammesso dallo stesso autore. E qui nascono le mie riserve: in parte si sente che la storia viene tirata per le lunghe, che non tutto funziona come in altre sue opere, che manca qualcosa per renderlo davvero godibile. Il finale delude e sa di occasione sprecata, un pò come ne La bambina che amava Tom Gordon, romanzo che condivide molto con Il Gioco di Gerald. In alcuni casi poi, il passato di Jessie non viene spiegato come sarebbe stato lecito, lasciando più di un dubbio sul suo comportamento nei confronti del marito, morto a pochi passi da lei e bellamente ignorato senza pianti o particolari disagi. Ok, magari i coniugi avranno avuto dei problemi di coppia, ma cancellare in questo modo vent'anni di matrimonio non è solo una scelta irrealistica, ma anche sciocca. King ne mette tanta di carne al fuoco, ma poi non rispetta le promesse fino in fondo.
Detto questo, i pregi però ci sono, e brillano come diamanti in un mare di solitudine e lenzuola zuppe di sangue. L'idea è agghiacciante, i risvolti macabri e non adatti ai più impressionabili. Se detestate la violenza fisica e la crudezza di certi dettagli, girate al largo perchè una scena in particolare fa accaponare la pelle, e non solo in senso figurato. Lo stress di una vicenda così assurda affiora palesemente mentre Jessie studia l'ambiente in cerca di una soluzione, mentre s'ingegna per bere da un bicchiere sul comodino che è lontano dal letto di solo pochi, fatali centimetri. E resta la curiosità di sapere se ce la farà a liberarsi, se sopravviverà, se ciò che vede la notte è vero o meno, e non sarò certo io a rispondere a questi interrogativi. Scopriteli da voi.
Nel mio caso è stata questa domanda a diventare un motivo sufficiente per armarmi di buona volontà, affrontare le prime lentissime pagine nella giusta prospettiva e terminarlo con un buon grado di soddisfazione, nonostante l'amaro in bocca.

StefanoRomagna - 19:16 - Permalink - commenti (49) - commenti (49) (popup)

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martedì, 17 giugno 2008


Carrie è un libro a cui sono molto affezionato, che ricordo con piacere, a cui va l'affetto che di solito si riserva ai vecchi amici, quelli che sono stati importanti nella tua vita ma hanno seguito strade diverse dalla tua. Quelli che ti capita d'incontrare a distanza di tanto tempo e non riconosci più, ma ti senti in dovere di salutare comunque.
Carrie rappresenta il mio primo approccio in assoluto al Re dell'horror, durante un uggioso autunno di quasi dieci anni fa, il primo romanzo che King ha dato alle stampe, che lo ha consacrato scrittore di successo, e il primo che ho letto. Non saprei dire perchè abbia aspettato fino all'anno scorso di perdermi ancora nei suoi scritti. Poi c'è stato Misery, seguito a rotta di collo da Le Notti di Salem, e adesso ho una sola certezza cristallina: non posso più farne a meno.
Carrietta White  è una ragazza sola, bruttina, derisa dall'intero mondo di provincia in cui vive. Cresciuta a Chamberlain, una tranquilla cittadina del Maine, senza un padre e da una madre sadica, invasata di un fanatismo religioso che è la sua unica ragione di vita, l'esistenza di Carrie è costellata di umiliazioni, forzature, preghiere a un dio che non riconosce. A scuola le cose vanno anche peggio. Niente vita sociale per questa adolescente diversa, seviziata da angherie terribili e gratuite.
L'ultimo, folle tassello sarà il primo a dare inizio al conto alla rovescia: al suo menarca, durante una doccia dopo l'ora di educazione fisica, le coetanee la invitano a tamponarsi sommergendola di assorbenti. Perchè a Carrie nessuna ha spiegato che il ciclo mestruale è normale per una donna, e che il sangue che le sgorga in mezzo alle gambe non la farà morire dissanguata. Nessuno si è mai preso la briga di farle notare che un tampax non si usa per togliere il rossetto l'unica volta che la ragazza ne ha mai portato uno, nessuno ha mai compreso le cose oscure celate dietro i suoi occhi. Così quando torna a casa, dopo aver passato ore traumatiche, la madre le dice che è finalmente diventata adulta, e che adesso il peccato cresce in lei assieme alle sue sporchetette. Poi la rinchiude nello sgabuzzino, costringendola a pregare perchè è stata cattiva.
Questo breve episodio è significativo per riassumere l'atmosfera del romanzo, ed è solo uno dei tanti. Angoscia, infinita solitudine, terrore. Carrie possiede poteri telecinetici, è una bomba a orologeria impossibile da disinnescare.
E' il frutto di bullismo, bigottismo, anni e anni di incomprensioni che porteranno nell'esistenza monotona di Chamberlain un intero mondo di tragedia e cieca vendetta. Perchè l'inferno non sempre si trova sottoterra o nell'altra vita, ma può racchiudersi anche in una palestra addobbata a festa per il ballo di fine anno. Non ci sarà scampo per nessuno alla terribile energia scatenata da uno scherzo stupido e cattivo. E King è incredibile, senza girarci troppo intorno. E' un maestro nel descrivere i tormenti psicologici di Carrie tramite pensieri, ritagli di giornale, interrogatori agli altri protagonisti. Quelli che sembrano solo estratti per rimpolpare la vicenda diventano i molteplici punti di vista di un aborto della natura che nessuno ha mai capito, i dettagli del suo genio, ancora acerbo eppure già in grado di spiccare prepotentemente su tutto il resto. La scrittura è serrata, il ritmo non cede un solo secondo. C'è già il germe del creatore di It, Pet Sematary e La lunga Marcia, la firma dell'autore che sarebbe diventato, e per una volta l'espressione "il buon giorno si vede dal mattino" non è detta tanto per dirla. Perchè ci si identifica fin da subito con la ragazza bruttina e grassoccia, pur senza aver provato certe angherie sulla propria pelle. Non ci si può fare a meno di domandare perchè le cose vanno in questo modo, perchè nessuno è disposto a conoscere davvero una persona senza farsi coinvolgere dal pregiudizio, dalle apparenze. Alla fine ci si sente toccati da quel mostro che in realtà è solo una diversa che cerca di farsi accettare dalla società, quando i veri mostri sono altri, tutti coloro che se la prendono con i deboli. E non resta altro che amarezza, il lettore è il primo a sentirsi mortificato, frastornato per Carrie. La Carrie White mangia merda, quella a cui vengono infilate foto porno nella borsa, quella che si sente urlare in faccia da miriadi di voci me-struo, me-struo! con furore incontrollato. Quella che cade sempre distesa a terra durante danza moderna, quella con le magliette bagnate di sudore all'altezza delle ascelle, quella a cui telefonano a casa chiedendole se è al corrente che in America culo di maiale si dice anche Carrie.
Carrie è un romanzo breve, imperfetto in qualcosa, ma che si legge in una notte e non si dimentica più. Crudele, irriverente, di un realismo cupo e brutale. Non un capolavoro in confronto ai successivi lavori del Re, ma grande abbastanza da trascinare nella spirale di una storia che è, al contempo, semplice e avvicente, che scorre come un fiume e ti travolge. Una rivisitazione di Cenerentola imbrattata di sangue di maiale. Carrie è un film di successo firmato da Brian De Palma che ha sbancato i botteghini negli anni 70'. E' il la' che ha dato inizio alla folgorante carriera di uno scrittore straordinario. E' l'approccio perfetto per chi ancora non lo conosce e vorrebbe avvicinarsi a questo genere, un'occasione da cogliere al volo, il modo migliore per colmare una lacuna gravissima. Se lo è stato per me, potrebbe esserlo anche per voi.

Vi lascio al trailer del film omonimo che è ugualmente bello, a cui hanno preso parte attori del calibro di Sissy Spacey e John Travolta.


StefanoRomagna - 14:34 - Permalink - commenti (46) - commenti (46) (popup)

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giovedì, 05 giugno 2008



Continua il mio viaggio nelle meraviglie dei Sette Regni con il secondo capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin, e si sale a livelli ancora più alti. Lo stupore non accenna a diminuire, l'attenzione non intende calare, la voglia di vivere le vicende con gli occhi dei protagonisti non cessa di avvincere. Perchè la penna dell'autore, ora col sussiego, ora con rabbia, ora con una veemenza che lascia interdetti, non mi ha dato scampo. Dire che quella che è iniziata come una saga e sta diventando mano a mano una gigantesca epopea di eventi mi abbia conquistato è infatti un mero eufemismo. A clash of Kings è di più, è quel fantasy così atipico che hai sempre cercato e finalmente trovato, è quel susseguirsi di vite realistiche che hanno il potere di farti riflettere anche dopo aver terminato la lettura, è quel mondo che pur mancando di forti connotazioni fantastiche non te le fa rimpiangere.
Il continente è squassato dalla stessa guerra iniziata in A game of Thrones, ma questa volta sono ben quattro i contendenti che rivendicano il trono di spade su cui siede il giovane Jeoffrey, e nessuno di loro intende rinunciare. Senza contare Daenerys Targaryen, l'esiliata illustre e unica erede di diritto, costretta e rimanere ai confini più estremi dell'Est in compagnia della sua carovana di Dothraki