Il cielo era gravido di neve, una distesa grigia inaccessibile alle stelle, che solo poche ore prima lo guardavano. Di fiocchi ne erano già caduti in abbondanza, e con la stessa velocità si erano sciolti.
Se ne stava sul balcone, appoggiato alla ringhiera con l'aria da cane bastonato. Attorno a lui il silenzio della città addormentata. Lui e nient'altro che quello. Rumori vaghi, indistinti, lontani anni luce e che a malapena si sentivano.
Le sirene di un'ambulanza, il trambusto di un autobus, sprazzi di normale vita metropolitana facevano capolino qua e là, in quell'ambiente di ovattata malinconia. Il respiro regolare di chi è tranquillo, all'apparenza, si condensava in sbuffi vaporosi. Lo avvolgeva una sottile sensazione di pelle d'oca, come un fremito, un sussulto sotto la felpa rossa di pile. C’era freddo quella notte. L’inverno era arrivato senza preavviso, spezzando un clima rivelatosi fin troppo clemente per la metà di Dicembre. Il vento soffiava gelido, tagliandogli la faccia. Sferzate decise, da mozzare il fiato.
Ma lui non se ne curava.
Guardava le montagne bianche in lontananza, all'orizzonte, e non gli importava veramente d'altro. Ci si sarebbe perso, tra quelle creste, se solo avesse potuto.
L'oscurità ne addolciva i tratti del viso, della postura curva, ma si capiva che stava male. Era un'ombra immobile. Una statua con lo sguardo puntato verso il basso. S'intravedeva qualche macchina, dal sesto piano. Piccole luci tra le fronde scosse, molto più giù. Inspirò un lungo tiro dalla sigaretta che si era appena acceso, facendola avvampare come un tizzone ardente nel buio. Il display del cellulare che reggeva nell'altra mano segnava le 5 e 30 del mattino. Il gas era stato chiuso, così come l'acqua e le tende verdi legate ai pali di ferro. La valigia era pronta. Tutto era pronto.
Tutto tranne lui.
Non c'era calore, affetto, niente che desiderasse con il cuore. Ciò che voleva non poteva ottenerlo. Da lì a poco sarebbe partito, un taxi chiamato la sera precedente si stava facendo strada verso casa sua, eppure la testa era altrove. Vagava nel vuoto, saltellando alle volte da un ricordo all’altro. Non si sentiva felice, pur con il Natale alle porte, festa che amava e aveva atteso per tutto il lunghissimo anno trascorso. Sentì le viscere aggrovigliarsi, un rumore sordo alla bocca dello stomaco. E pianse. Una sola, unica e brillante lacrima. Era densa di tristezza e senso di colpa. Un'emozione viscerale che lì era nata e lì era morta.
<<Ti Amo>> disse, come se qualcuno, a parte le spire fredde, potesse sentirlo.
E in quel breve sussurro chiuse gli occhi.
StefanoRomagna - 21:35 - Permalink - commenti (33)

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