giovedì, 29 maggio 2008

Anche se non sono stato nominato, ho deciso di rubare a Valberici una catena molto interessante.
I dieci libri più belli letti durante quest'anno, da maggio 2007 a maggio 2008 quindi, con l'unica e bastardissima () clausola di poterne scegliere uno e uno soltanto per lo stesso autore. Nel mio caso è stata un'ecatombe di possibili nominations, dato che ho letto moltissimo di King e Martin. Sono stato un pò monotono, in effetti. Fantasy, Fantascienza e Horror, con una spruzzata di atroci testi universitari che serviranno per alimentare un falò nell'estate a venire.
Ecco le mie dieci preferenze, in ordine rigorosamente ininfluente. Inizia il padre e chiude il figlio:





















Avrei voluto inserire It di Stephen King, ma alla fine ho optato per Pet Sematary, un romanzo che se ancora ci penso è in grado di rubarmi il sonno. Scritto divinamente, un libro da incubo che solo il Re poteva concepire. E' chiaro che stiamo parlando di due capolavori, vicinissimi a livello qualitativo, ma sempre per la clausola potevo sceglierne solo uno. Grande escluso anche Harry Potter e I doni della morte di J.K Rowling, ultimo episodio di questa fantastica saga che mi ha deluso non poco, e che quindi a mio avviso non si è meritato la nomination. Passo la catena, se e quando riterranno di volerla fare, a Claudio Tassitano, Lothar Basler, LucaDuca e Faus74. E ne lancio una nuova che posterò prossimamente: i dieci libri letti quest'anno che NON mi sono piaciuti.

StefanoRomagna - 14:24 - Permalink - commenti (55) - commenti (55) (popup)

Categoria: libri, opinioni opinabili

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sabato, 24 maggio 2008


Casa Trevor rispecchiava ciò che ci si aspetta, a prima vista, da una famiglia medio-borghese stanziata a Bredford Road.
Bianca, sobria, priva di futili orpelli visivi, sembrava una strana via di mezzo tra un'abitazione coloniale e una villa di campagna, pur trovandosi in città e all'interno di un quartiere densamente popolato. Il giardino, delimitato da un basso muro di mattoni da cui partivano balaustre di ferro alte come spighe verso il cielo, era ben tenuto nonostasse cominciasse a soffrire il congenito male dovuto all'approssimarsi dell'autunno. Ad ogni modo il vicinato non avrebbe potuto lamentarsene, poichè l'erba veniva regolarmente tagliata e le siepi mantenevano l'austero decoro di chi tiene all'aspetto estetico del luogo in cui vive. Persino i coniugi Spotts, i dirimpettai pettegoli tipici di ogni zona residenziale, non potevano che constatare con ammirazione che le loro chiacchere velenose avrebbero colpito qualcun'altro, incapaci di attecchire a cotanta perfezione. D'altronde la reputazione era tutto per i Trevor, seconda forse solo al saper mantenere le apparenze anche in circostanze poco felici. Sapevano bene, fin da quando si erano trasferiti a Jhelis, che niente era importante ai superficiali occhi di uno sconosciuto quanto il fatto che tutto sembrasse a posto.
C'era però qualcosa di profondamente sbagliato in quella casa. Qualcosa che non era possibile cogliere subito. Qualcosa che sfuggiva persino agli Spotts e travalicava il mero concretarsi in metafora. Forse a causa del grazioso cancello d'ingresso, o la buca delle lettere ridipinta da poco, oppure per la calda illuminazione notturna che esaltava gli spazi in rasserenanti chiaroscuri. L'attenzione alla camera di Lacey, le cui imposte della finestra erano sempre, misteriosamente chiuse, veniva dunque sviata verso lidi più stimolanti per pupille e considerazioni.
La voce di Rachel Trevor arrivò chiara e perfettamente udibile, si espanse attraverso le stanze come la fragranza della cena pronta per essere servita. La bambina, che era appena rientrata in punta di piedi, corse su per le scale senza rispondere. Se la madre si fosse accorta che era uscita, a quell'ora per di più, si sarebbe arrabbiata parecchio. Poggiò Mo' sul letto e fece appena in tempo a sedersi sulla sedia adiacente al tavolo giocattolo di plastica colorata, quando sentì passi cadenzati arrivare dal pian terreno. <<Lacey?>>
Rachel stava salendo le scale per accertarsi che fine avesse fatto la sua scavezzacollo. Era pensierosa, e mille preoccupazioni le balenavano in testa.



Quando entrò nella stanza, ovviamente senza bussare, trovò la figlia intenta a preparare un finto thè ai suoi pupazzetti, come se fosse sempre stata lì.
Sorrise, guardando quella ridicola messa in scena che per i bambini ha importanti significati nascosti. Poi scandagliò l'ambiente come solo l'occhio critico di una madre sa fare, e vide Mo' stranamente in disparte sul letto, pendere da un lato del lenzuolo. Si chiese per quale motivo non fosse assieme ai peluche che Lacey stava intrattenendo. A dire il vero, erano tante altre le domande che avrebbe gradito farle. Si trattenne, suo malgrado, poichè non voleva sentirsi colpevole di interrompere un momento tanto piacevole per la figlia. Giocare, per i bambini, equivale a rifugiarsi in un mondo tutto loro, che agli adulti rimarrà sempre inaccessibile.
<<A tavola>> sussurrò infine, invitandola a scendere. E nella frazione di tempo intercorsa tra il fare uscire la bambina e chiudersi la porta alle spalle, il bottone della bambola si staccò ancora una volta dall'orbita di stoffa. Fu nel silenzio racchiuso tra le quattro pareti, nella debole luce di una lampada incapace di rischiararne i tratti, che un altro spettrale lamento prese forma.

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Categoria: lacey la graphic novel

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venerdì, 23 maggio 2008



La rocca dei silenzi è uno di quei romanzi che quando lo finisci ti lasciano un pò così... a metà tra il dispiaciuto per l'averlo terminato e con un vivo senso di frustrazione per alcune cose che potevano essere evitate. Molto è dipeso anche dal fatto che non sia stato semplice reperirlo. Coincidenza vuole che lo abbia trovato alla Mondadori di Milano, quasi nascosto tra George Martin e la Ursula K. Le Guin che l'autore ama tanto. Contento e pieno di aspettative, l'ho quindi comprato e letto, evitando di lasciarmi coinvolgere da opinioni contrastanti.
Mi è piaciuto solo in parte, lo dico senza troppi giri di parole. La prosa di Andrea D'Angelo è matura, ricercata, le parole sono scelte con cognizione di causa e fanno il loro dovere in modo egregio. Non si può dire che non sappia scrivere nè che non riesca a ricreare atmosfere che lascino il segno. Da questo punto di vista, e alla voce di una mia modesta hit parade personale, D'Angelo è secondo solo a Michele Giannone, e comunque una spanna sopra a tutti gli altri scrittori di genere nell'ambito fantasy italiano di quello più adulto.
La vicenda narra di una misteriosa rocca, Ammothàd, che nasconde terribili segreti. Pare che nessuno riesca a varcarne la soglia a causa di mostri all'apparenza imbattibili, che hanno già sterminato interi gruppi di avventurieri. Questo attira l'attenzione della torre di Dothrom, dove il consiglio dei fruitori di magia delle Terre si riunisce.
Si decide di mandare, ancora una volta, una spedizione di gente preparata al peggio per mettere fine all'influenza nefasta della rocca, che pare estendersi anche oltre il territorio su cui è eretta. Il problema è che di fronte ad Ammothàd nessuno è preparato al peggio, poichè le incognite sono molteplici, il rischio di non farcela altissimo. Tuttavia la spedizione, fatta di gente di diverse razze e che ha un proprio motivo per sfidare la rocca dei silenzi, decide di tentare ugualmente. La trama ha i suoi punti di forza, perchè l'autore sa spingere il lettore verso gli orrori del luogo e lo fa con atmosfere che si nutrono di tetraggine e sangue.

Il senso di oppressione è costante, il pericolo dell'ignoto palpabile e nascosto dietro ogni angolo. I personaggi sono coerenti, resi vivi da dialoghi e atteggiamenti che mi sono piaciuti molto. Non è semplice parlare di uomini come Moenias e Mordha, così diversi eppure affascinanti. Il mio preferito resta il Nano Vòrak, impulsivo e micidiale allo stesso tempo.
Dove a mio avviso l'autore è caduto, e questo è un motivo per cui il suo ultimo romanzo non mi ha colpito del tutto, è nel ritmo narrativo che parte bene, ma arriva via via ad assottigliarsi fino a sconfinare nella noia. Le spedizioni contro la rocca sono più di una, e questo comporta continui spostamenti da Ammothàd alla torre di Dòthrom e viceversa. Se aggiungiamo il fatto che, per ovvie esigenze di trama, l'ambientazione è sempre la stessa e spazia altrove solo tramite i dialoghi dei personaggi, si capisce che dopo un pò il tutto diventa terribilmente ripetitivo. Una volta abituato alle atmosfere mefitiche di Ammothàd, ai suoi mostri e continui tranelli, l'autore non ce la fa più a stupire. Esaurito il fattore novità, quando ci si sente saturi di frattaglie e organi sparsi ovunque, arrivano gli sbadigli. Avrei tagliato qualcosa nella parte centrale del romanzo. Il fatto è che ho come avuto l'impressione che la storia potesse essere narrata senza troppi problemi con un numero di pagine inferiore. Anche gli intrighi di corte tra i vari fruitori di magia, laddove si voleva rendere una società corrotta e senza valori, li ho trovati limitati e prevedibili, senza riuscire a creare il classico colpo di scena.
Detto ciò, il resto è semplice e personale puntiglio, che non inficia in alcun modo la lettura. Avrei gradito la presenza di una mappa per capire la visione d'insieme del mondo che l'autore ha creato, perchè si capisce che la vicenda di fondo è sorretta da un'ambientazione ben sviluppata, cosa che io amo in un fantasy e, come già ripetuto, considero fondamentale tanto quanto la presenza di personaggi ben riusciti. I nomi degli stessi sono particolari. L'autore ama giocare con gli accenti e la musicalità dei suoni, e questo all'inizio, almeno a me, ha creato un pò di confusione. Ma sono dettagli, frutto di pignoleria.
Il mio giudizio, alla fine della fiera, è di un romanzo discreto pur con le sue imperfezioni, la cui forza è rappresentata da uno stile maturo, da una tematica di fondo molto interessante e sorretta da un finale tutt'altro che scontato, ma che suona un pò come un'occasione sprecata. Con qualche accorgimento l'opera in questione avrebbe potuto rivelarsi molto, molto meglio, e di questo me ne dispiaccio, perchè D'Angelo racchiude in sé un enorme potenziale e ancora notevoli margini di miglioramento. Mi auguro che, nei suoi futuri lavori, riesca a esprimersi al massimo capendo su cosa bisognerebbe porre enfasi e su cosa no. 

StefanoRomagna - 11:28 - Permalink - commenti (38) - commenti (38) (popup)

Categoria: angolo del recensore

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mercoledì, 21 maggio 2008

Amo Luciana Littizzetto, Paola Cortellesi e Gabriella Germani, ormai lo sapete da tempo. Mi piacciono le imitazioni, se ben fatte le trovo irresistibili. Anche la satira. Quindi beccatevi questi video, che ogni tanto ho la sgradevole sensazione che questo blog e il sottoscritto tendano a prendersi troppo sul serio.
Sento il bisogno di dissipare codesta pesantezza con qualche sana risata. Divertitevi!


La virilità del David secondo Luciana


Paola cortellesi imita la Prestigiacomo e la Santanchè in un'intervista doppia.
Dopo i risultati delle elezioni è meglio prenderla con ironia!


Gabriella Germani diventa una Mara Venier quasi indistinguibile dall'originale

StefanoRomagna - 13:09 - Permalink - commenti (30) - commenti (30) (popup)

Categoria: stronzate

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lunedì, 19 maggio 2008
Lacey avrebbe impiegato ben venti lunghi minuti a passo spedito per raggiungere l’abitato di Jhelis.
Il sentiero si faceva strada tra il fogliame, e in alcuni punti scompariva del tutto per lasciare spazio al sottobosco. Ma per la bambina non era mai stato un problema, quel genere di tragitto. Dopo essersi smarrita a Tips Lock, nel cuore della notte, aveva sviluppato una sorta di rispetto per gli alberi.
Li sentiva, organi in movimento, pulsare sotto la ruvida corteccia come un’unica entità, e sapeva che da loro nulla aveva da temere, nonostante faticasse a celare, delle volte, un timore antico che non sapeva spiegarsi. Dopo quelle ore, rannicchiata tra le radici nell'attesa che il temporale cessasse, pensò che non avrebbe più avuto alcuna paura in vita sua. Ricordava ancora come fosse ieri il fragore dei tuoni, i lampi dei fulmini squarciare il buio, e l'acqua scrosciante.
Gelida.
Le era entrata nelle ossa mentre tutto intorno sembrava prendere vita in una danza macabra di ombre.



Trotterellò di buona lena fino a raggiungere la strada asfaltata di Bohemien Lane, la grande arteria che attraversava Jhelis nella sua interezza, terminando quattro chilometri più a nord all’imbocco dell’autostrada.



“Welcome to Jhelis” ammiccava a caratteri sbiaditi su un cartello che era stato agganciato, a più o meno metà altezza, sul tronco di un grosso abete.
Una disordinata fila di automobili attendeva in lontananza il proprio turno per abbandonare l’abitato. La città era molto frequentata da pendolari e forestieri, interessati a lavorare come operai, impiegati nella segheria più importante di tutta la contea. Le foreste si erano rivelate un vero e proprio affare per la comunità locale, sebbene l’opera di disboscamento venisse bilanciata da continue opere di semina. Per ogni albero tagliato, un altro veniva piantato non molto lontano da lì.
La cupa luce del crepuscolo inondava la pianura, quando la bambina arrivò a casa, mentre gli ultimi raggi erano sul punto di estinguersi dall’orizzonte e Venere splendeva già alta in cielo.

StefanoRomagna - 13:25 - Permalink - commenti (22) - commenti (22) (popup)

Categoria: lacey la graphic novel

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sabato, 17 maggio 2008

"Da Gray Alys puoi comprare tutto quello che vuoi. Ma è meglio di no."


Nelle terre perdute, terzo in ordine cronologico e di lettura, è un racconto dove l'oscurità, la tetraggine e l'occultismo si accorpano in qualcosa di assolutamente inedito. L'estro di Martin va a creare un personaggio che gronda mistero e carisma, come nella sua migliore tradizione.
Gray Alys è una mercante che prende il suo lavoro molto sul serio. La sua merce è la migliore in commercio, da lei trovi ogni oggetto, anche il più raro e sconosciuto. Ma c'è un prezzo da pagare, sempre, e non è in denaro. Pare infatti che ogni qual volta ci si rivolga a questa donna minuta e vestita di grigio, accada subito dopo qualcosa d'infausto allo sfortunato acquirente. Fare affari con Gray Alys vuol dire farlo a proprio rischio e pericolo. Le chiacchere dicono molto sul suo conto. Si narra che un giorno appaia con le sembianze di una bambina, un altro da vecchia o giovane uomo, che conosca i trucchi per far rallentare il tempo e tramutarsi in animale. Sopra ogni altra cosa, Gray Alys non rifiuta mai alcuna commissione, non sa dire di no ai suoi clienti.
Per questo un giorno Lady Melange, una ricca nobildonna del luogo,  manda il suo fidato paladino a comprare qualcosa. Blue Jerais chiede a nome della padrona di acquistare il suo segreto. Lady Melange vuole mutare forma, diventare un lupo, come si dice di Gray Alys. La mercante acconsente, ma poi anche Jerais sceglie di comprare qualcosa: le impone di fallire, in modo da impedire alla padrona di ricevere lo stesso dono che gli aveva incaricato di acquistare. Gray Alys ne rimane perplessa, perchè si aspetta fedeltà dal cavaliere, non velato tradimento. Ma non dice mai di no, neanche in questo caso. Così concorda con il paladino di farsi rivedere a un mese esatto dal loro primo incontro. Poi parte verso le Terre Perdute, alla ricerca della commissione. Questo la porterà in una landa desolata dove albergano tenebra, rovine e terrificanti creature. Lì, attraversando una pianura che pare deserto, alla luce di un mondo dove le stesse ombre hanno un corpo, Gray Alys trova ciò che cerca.
Lascio a voi scoprire, se avrete modo di leggerlo e vi consiglio di farlo, come va a finire e il modo tutto suo di soddisfare la clientela.
Detto ciò, è difficile parlare di un racconto come Nelle terre perdute, poichè è denso di un'originalità molto particolare, quasi unica per lo stesso autore. Martin è un maestro del linguaggio, non ci sono dubbi. Leggerlo vuol dire abituarsi a tutta una serie di finezze stilistiche, di ritmi veloci, dialoghi serrati e protagonisti che vivono oltre la carta. Tutte cose che in pochi possono permettersi, in pochi sanno esaltare con la stessa potenza. E in questo racconto George Martin si supera, decisamente. Gray Alys, pur nel suo essere totalmente bizzarra, è una donna che si nasconde dietro un velo di costante silenzio, e le poche parole che dice sono sempre memorabili, ora terribili e portatrici di verità scomode, ma mai fuori posto. Ne risulta un personaggio talmente interessante che è un peccato constatare che un ruolo del genere venga relegato a un semplice racconto. La sua psicologia è perfetta, magnetica, l'autore riesce a dire milioni di cose in una manciata di parole, con uno stile unico e inimitabile. Cos'è davvero questa donna che si spaccia per mercante? Quanto c'è di vero nei pettegolezzi che la riguardano?
Un vero e proprio spreco anche l'ambientazione che fa da sfondo alla vicenda, poichè le idee sono tante e tali da poterci foraggiare a parte un'intera saga. Perchè Martin, che sia un breve componimento o un romanzo di 800 pagine, ci mette sempre quel qualcosa in più capace di legarti alla pagina, senza via di scampo. Nelle terre perdute rappresenta una summa dei suoi pregi, un compendio bellissimo e terribile dove niente è dato per scontato, dove vige un'atmosfera crepuscolare costante, come se il sole non volesse sorgere di propria volontà. Dove le ombre non temono i bagliori di una fiamma e creature sconosciute si stagliano in cielo alla luce di una luna gigantesca. Dove Gray Alys dimostra di saper fare molto più di ciò che la gente mette in giro sul suo conto. Dopo la breve discesa verso il basso con Il drago di ghiaccio, qui si sale, e tanto. Siamo a un livello superiore, e considerando la qualità comunque alta delle storie precedenti, è tutto dire. Da leggere, rileggere e rileggere ancora.

Fattore Martin: Stellare.

StefanoRomagna - 01:03 - Permalink - commenti (28) - commenti (28) (popup)

Categoria: antologie di george martin

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giovedì, 15 maggio 2008



Rabbia, profonda rabbia.
Lo sguardo di Lacey Trevor trasmetteva questo, nei pochi sprazzi di nera consapevolezza che lasciava intravedere oltre le lenti. Stringeva la sua bambola di pezza come se fosse sul punto di strangolarla, tagliarne l'esistenza come un brusco e secco colpo d'accetta.

Le dita si contrassero nel gesto, mettendo in evidenza le vene sinuose scorrere sotto la pelle. <<Sei stata cattiva>> disse a denti stretti rivolta al giocattolo. La guardò con un misto d’odio e irriverente nervosismo.




Alla bambola mancava un occhio. In uno, di inquietante vetro trasparente, sembrava scorrere il cielo, tanto era lucido e riflettente. Veniva pulito con cura ogni volta che risultava necessario.
Dall’altro capo del volto, nel punto esatto in cui una persona tasterebbe con le dita un’orbita irrimediabilmente vuota, era invece stato cucito un bottone dalle sfumature brunite. I continui rammendi da parte della madre ne avevano però trasformato la finalità d’intenti in un pasticcio di fili slegati dal tessuto.

Mo’, questo era il nome che la sua padrona le aveva dato, era, in sostanza, decisamente malconcia. Un po’ come tutti gli oggetti che i bambini adorano maneggiare e da cui mai si separano, aveva un’aria vissuta, ma non per questo meno spaventosa. La bocca era una fessura marrone dai bordi rovinati, un orifizio mancato che le dava l’espressione impassibile di un cadavere, mentre la gamba destra era stata riattaccata, al pari dell’occhio-bottone, senza apparente cura, risultando in una specie di cicatrice fatta di spago. Non che Mo’ potesse lamentarsi, ma era evidente quanto il suo aspetto estetico fosse un dettaglio trascurabile. Lacey, che le si rivolgeva come se fosse una persona, non le serbava certo parole dolci. Era già successo, in passato, che si arrabbiasse in quel modo.
<<La prossima volta giuro che finisci tra la spazzatura>> urlò al vento, infastidita.




La sbatté a terra con forza, in un moto d’ira che non riuscì a controllare. La bambola rimbalzò, per assestarsi a pochi passi da lei, a testa in giù. Per un attimo ebbe quasi l’impressione di sentire un lamento. Rimase per un minuto a contemplarla, come se si aspettasse un accenno di movimento.
Sbuffò, indispettita, perché non vi era stata alcuna reazione.
<<Sai che non lo farei mai>> aggiunse infine in una sorta di cantilena distorta dal sapore riconciliatorio, e poi, dopo essersi allacciata le scarpe, la raccolse come se niente fosse accaduto e decise che forse era ora di muoversi da lì.
Il bosco di Tips Lock non rappresentava proprio l’immagine di luogo idilliaco, benché meno a quell’ora, in cui il sole volge al tramonto, e in quel periodo dell’anno, quando le foglie hanno la romantica propensione a staccarsi dai rami degli alberi. Un luogo che, secondo le chiacchiere della gente, era inadatto e sconveniente per una bambina come Lacey.
Guardò per un istante le fronde sempre più scure sbattere lievemente. La luce del giorno l’avrebbe presto abbandonata.
E poi indugiò, curiosa, sul corpo del cane che giaceva morto nei pressi di una quercia. Accasciato tra le massicce radici che spuntavano dal basso, sembrava tramortito. Ma gli occhi vitrei, le fauci socchiuse e la postura immobile non mentivano. Qualunque cosa fosse accaduta, se n’era andato, e in modo poco felice. La bambina sbatté le ciglia un paio di volte, perplessa, e dopo aver studiato la lingua trafitta dagli stessi denti dell’animale, con la medesima aria serafica che l’aveva condotta laggiù, abbandonò la radura nella più quieta calma.




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Categoria: lacey la graphic novel

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mercoledì, 14 maggio 2008

Altri disegni tratti dalle mie storie a cura del mio fumettista preferito. Non avete capito chi è? Dai, su che ci arrivate...
Si, sempre lui, Comicfun alias Niccolò Pizzorno!

La Dorsale di Arghaat


Una statua che cela un terribile segreto


E non finisce qui! E' in lavorazione una graphic novel su Lacey tratta da tutti i passi già pubblicati. Lo so che continuo a ripetervelo fino allo sfinimento, ma se ve li foste persi li trovate alla categoria esperimenti horror. Non per pedanteria, ma perchè le tavole saranno, a meno di modifiche dell'ultimo momento, prive di vignette, quindi rischiereste di non capirle se non conoscete già la storia. Restate sintonizzati.

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Categoria: disegni et similia

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lunedì, 12 maggio 2008



E' stato un week end intenso, quello appena trascorso. La Fiera internazionale del Libro di Torino era proprio come la ricordavo: caotica, tentatrice, zeppa di tanti e tali autori interessanti da non riuscire a ricordarli tutti. Armato di zaino gigante in spalla ho visitato il visitabile, perdendomi all'interno di questo ambiente che sprizza fascino, cultura, ambizione da tutti i pori.
Sono stato alla presentazione della Ragazza Drago, di Licia Troisi, e come al solito lei si è rivelata attenta a ogni domanda, sicura di sè e capace com'era lecito aspettarsi. Ne sono venute fuori news interessanti, a partire dalla saga di Thuban, che pare sarà composta da altri quattro episodi, al Libro del Tiranno, a cui Licia sta lavorando proprio in questi giorni, a una raccolta di disegni sul Mondo Emerso a cura di Paolo Barbieri, lo stesso delle copertine. C'erano centinaia e centinaia di fan, una vera bolgia. Questo la dice lunga sul suo successo e l'impatto che ha prodotto nella narrativa fantasy italiana. Orde di ragazzi guidati da una devozione che lei guarda quasi con il distacco di chi non ha ancora realizzato del tutto cosa è riuscito a fare. E' stato incredibile cogliere la sorpresa nei loro sguardi, ammassati attorno a lei, pieni di un entusiasmo eccezionale. Ha passato ore ad autografare, compresa la mia copia. E di questo la ringrazio.



Il resto della mia trasferta l'ho trascorso tra uno stand e l'altro, a rifarmi gli occhi su una quantità spropositata di libri. Mi spiace non averti potuto conoscere, Valberici, ma sapremo rifarci. E mi spiace anche non aver potuto assistere alla presentazione di Antonia Romagnoli, che si è tenuta alla stessa ora di quella di Licia.
Poi, con il passare delle ore, ho iniziato a sentirmi felice e triste allo stesso tempo. Felice perchè io questo mondo lo amo nel profondo, al punto da non riuscire a spiegarlo come vorrei. Ci sono sentimenti che non si fanno ingabbiare dalle parole, ti sfuggono via dalle mani prima ancora di comprenderli nella loro interezza. Triste perchè è un qualcosa di lontano, indistinto, quasi alieno. Mi sono sentito come una piccola nullità insignificante che si fa strada tra giganti. Perchè le cose cambiano quando inizi a conoscerle di persona, quando parli con gli editori, i rivenditori, le case editrici più importanti del settore, e constati che è tutto vero. Che è difficile emergere, farsi leggere, farsi pubblicare. E quella vocina che mettevi a tacere quand'eri colmo d'entusiasmo, quando tutto era iniziato come un piccolo gioco senza alcuna pretesa di serietà si fa più forte, impossibile da evitare. Quando sai, in fondo, che se non sei nessuno, nessuno ti prenderà sul serio. E' una legge non scritta, ma questo è quello che ho recepito in due lunghissimi giorni di fatiche. Sono di indole pessimista, mio malgrado, e non per vezzo o autocommiserazione. Purtroppo il mio cervello non è in grado di concepire il bicchiere mezzo pieno. E' un limite, ne sono conscio, ma è di limiti che si nutre la mia forza. Per questo non intendo desistere, arrendermi, perchè il mio cuore continua a dirmelo sussurrando, gemendo, urlando, che la mia strada è questa e devo andare avanti. Adesso sapete che il mio sogno ha anche un nome:



StefanoRomagna - 16:33 - Permalink - commenti (32) - commenti (32) (popup)

Categoria: vita quotidiana

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domenica, 11 maggio 2008



... e io non posso fare altro che ringraziare tutti voi per l'attenzione che mi avete dedicato da quando questo piccolo spazio online ha aperto i battenti. Scrivere su Splinder è iniziato quasi per gioco, senza un'idea precisa di quello che avrei voluto fare. Un blog, dodici mesi fa, non sapevo nemmeno cosa fosse.
Eppure adesso mi diverte, mi elettrizza, è una valvola di sfogo a cui non so rinunciare. Tra un post e l'altro ho capito cos'è che che voglio dalla vita, quell'idea lontana e ambiziosa che conoscete tutti. Sapete già a cosa mi riferisco. Il bosco di Toradir nel frattempo è cresciuto, ha cambiato pelle, è maturato, ma la voglia di portarlo avanti tra racconti, recensioni e tutto ciò che sta nel mezzo è rimasta immutata. Per cui, ancora una volta vi sono grato sapendo che il tempo che potreste impiegare in altro lo usate anche leggendo i miei sproloqui. E' una cosa che mi da conforto, mi sprona, a cui tengo molto. Grazie per i confronti, i consigli, gli incoraggiamenti nei momenti bui. Grazie per le amicizie nate, che in alcuni casi vanno oltre il mero schermo, a tutti coloro che seguono i miei post rimanendo nell'ombra, senza esporsi, e ci siamo capiti. Grazie a chi è appena approdato, a chi si è perso per strada e a chi, come direbbe qualcuno, c'è dall'alba dei tempi. Grazie per i consigli sui libri e le letture, per i commenti belli, brutti, polemici, inattinenti, di circostanza, e per le...

30.000 e passa visite!!!

StefanoRomagna - 00:16 - Permalink - commenti (50) - commenti (50) (popup)

Categoria: vita quotidiana

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