venerdì, 29 febbraio 2008
Ecco un'ottima ragione per la quale il sottoscritto ama Torino, una città che non si stanca mai di stupirmi, che sia arte, magnifici scorci o incantevoli librerie. Cioccola-to è una straordinaria fiera dell'artigianato culinario locale e non solo, imperdibile, appunto, per ogni amante del cioccolato. C'è di tutto, e in ogni forma conosciuta, dai famosi gianduiotti ai cremini, dai baci di dama ai liquori, comprese le specialità di Cuneo e Modica. Senza contare lo stand della Lindt con degustazione gratuita! La fogna che è in me chiede spazio, indi per cui di questo evento non intendo perdermi alcun giorno! Buon fine settimana cioccolatoso a tutti!
StefanoRomagna - 18:00 -
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mercoledì, 27 febbraio 2008
Ogni giorno, prima che sorga il sole e ben dopo la sua scomparsa oltre l'orizzonte, ci poniamo delle domande. In continuazione. Alcune sorgono spontanee, altre nascono dalle circostanze, altre ancora sono un punto fisso al centro della fronte. Radicate, pesanti, insostenibili. Ce la farò a laurearmi in tempi umani nonostante il ritardo? Riuscirò a fare della mia vita esattamente ciò che voglio e con chi voglio?
Sarò in grado di sopire gli incessanti sensi di colpa che affollano le mie notti? Ultimamente è un continuo si, no, forse. E' giusto sentirsi falliti e tanto inadeguati a 22 anni? Mi chiedo perchè, in base a un meccanismo mentale tanto semplice, spesso darsi una risposta sia così difficile. Perchè?
StefanoRomagna - 23:01 -
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lunedì, 25 febbraio 2008
Dopo letture eccellenti, l'intoppo era inevitabile, dietro l'angolo, un fatto statistico che non si può evitare.
Dedicando il mio prezioso tempo libero a Twilight, in un certo senso sapevo a cosa andavo incontro, sebbene i commenti sparsi qua e là mi abbiano un pò confuso. Osannato da una parte, stroncato dall'altra, ero consapevole di trovarmi ad affrontare l'ennesimo caso letterario. In medias res, mi sono detto. La ragione starà nel mezzo.
Il fatto è che mi aspettavo sì un romanzo semplice, ma non tanto basilare! Alla fin fine si è rivelato ancora più esile di quanto immaginassi. La narrativa per ragazzi ha le sue attrattive, come neanche disdegno il romanticismo e le storie d'amore ben sviluppate, eppure niente di ciò è stato sufficiente a farmelo piacere.
Bella Swan, una ragazza 17enne come tante altre, decide di lasciare sua madre e trasferirsi dal padre divorziato che vive a Forks, la località più piovosa degli Stati Uniti. Qui incontra Edward, un ragazzo schivo per il quale prova immediata attrazione. Edward, si scoprirà presto, è in realtà un vampiro, all'apparenza incapace di ricambiare i sentimenti di lei. Attorno a loro scorre la monotona routine scolastica, fatta di pettegolezzi, battibecchi con i professori e il classico ballo di fine anno.
Ecco, la storia è questa, e c'è davvero poco altro da aggiungere. Twilight è una storia d'amore, genuina e scorrevole, ma nelle 400 pagine attraverso le quali i sentimenti dei protagonisti si evolvono, non ho trovato pathos, emozioni, un minimo cenno d'interesse. Sono andato avanti per inerzia, senza motivi importanti. Stereotipata e al limite dell'umana idiozia, Isabella Swann, a dispetto del nome, è la classica ragazzina nè bella nè brutta, nè troppo timida nè estroversa. Legge Jane Austen ed è sempre avanti con il programma della sua nuova classe di Forks, cucina benissimo e guida un pick up. Poi mette un piede fuori casa e proprio non ce la fa a non cadere o mettersi nei guai. Goffa all'occorrenza, una vocina nella mia testa suggeriva di continuare a leggere, ma ormai il danno era stato fatto.
Se i presupposti per farmela risultare antipatica iniziavano, infatti, a intravedersi, l'urticante certezza che Bella mi stesse del tutto sullo stomaco ha messo radici poco dopo, quando appena arrivata a scuola inizia immediatamente ad avere dei pretendenti. Cosa ancora peggiore, è stato impossibile ignorare il continuo sbavare ogni volta che Edward entra nella sua traettoria visiva. L'autrice lo descrive come un bellissimo ragazzo, alto, esile, dalla pelle diafana e gli occhi d'oro, ma non si limita a farlo una sola volta. Gli elogi sperticati al suo aspetto sono continui, poco originali e fastidiosissimi. Invece di porre enfasi sulla profondità della vicenda, ahimè assai parca da questo punto di vista, l'io narrante che è rigorosamente in prima persona indugia sempre sui soliti, banali e ritriti argomenti. La voce calda e suadente, lo sguardo che impietrisce, le labbra da baciare. Alla cinquantesima pagina non ne potevo più, tanto e tale è l'incondizionata bellezza del vampiro.
Questo, almeno dal mio e personale punto di vista maschile, non aiuta affatto a coinvolgere, nonostante Edward sia più riuscito di Bella per alcune cose, meno per altre. Il romanzo viene anche etichettato come horror, non a torto.
Orrore ho provato ogni qual volta la protagonista si soffermava a guardare sognante il suo principe azzuro, orrore ho sentito ogni qual volta apriva bocca. Perchè il punto non è l'amore adolescenziale in sè, così ricco d'emozioni indimenticabili e uniche, ma come viene trattato: in modo banale e superficiale. Gli amici di Bella, poi, Mike e Jessica, sono altrettanto anonimi, monodimensionali. E di nuovo la vocina, continuava a suggerire con un tono di voce leggermente più alto: "forse sei fuori target, è un romanzo per ragazzine, ma dovresti continuare a leggere."
Ho continuato a leggere, perchè non mollo mai un libro a metà, neanche se fa schifo. Vederne la fine aldilà di tutto è una personale battaglia vinta. Ora, Twilight non fa schifo, è solo un tantino sopravvalutato, fa dell'aspettativa il suo cavallo di battaglia, e il che, agli occhi di un lettore famelico quale io sono, è un'affilatissima arma a doppio taglio. La bilancia questa volta pende verso il negativo, per innumerevoli motivi. Edward, in primis, l'altro protagonista. E' un vampiro, ma non teme la luce del sole nè le croci, va a scuola e si comporta da persona normale in tutto e per tutto. Salta le lezioni solo per nutrirsi, neanche troppo spesso, tra i boschi di Forks. Lui e la sua famiglia sono infatti vampiri buoni, nel senso che hanno rinunciato a cibarsi degli umani in favore degli animali. Se da una parte è lodevole l'intento della Meyer di svecchiare i clichè, d'altra parte il risultato che ne consegue è tutto fuorchè esaltante, e pieno di limiti. Ho rimpianto i classici topoi legati al folclore rumeno. Ed è un vero peccato, perchè Twilight non è da buttare in toto. Spunti interessanti ne ho trovati nella famiglia di Edward, i Cullen. I suoi fratelli hanno tutti poteri unici e peculiari, Alice prevede gli eventi, Jasper sa influenzare gli stati d'animo della gente che lo circonda, lo stesso Edward si muove a velocità fulminea e legge la mente di tutti. Tutti tranne Bella. La svolta thriller verso il concludersi della storia è gradevole e ben congegnata. Anche il finale non è scontato, l'idea di questo amore impossibile tra i protagonisti è carina, in teoria. Questo però a mio avviso non basta per renderlo un bel romanzo, non basta a cancellare lo stile piatto e i dialoghi scontati, non basta a farmi soprassedere sulla grande superficialità di fondo. Mettendola sullo scherzo, non basta neanche l'ipnotica copertinà nè la Meyer stessa, bellissima donna che è la copia para para di Halle Berry, controllate voi stessi. Twilight, in sostanza, non mi ha lasciato nulla se non viva frustrazione per ciò che poteva essere e ciò che in realtà non è, una fiamma alimentata dalla tenerezza dei due, ma che alla resa dei conti è un fuoco di paglia che non decolla. Non è attecchito, nè ho avuto il colpo di fulmine di cui il titolo, a mio avviso molto bello, si fregia. Forse l'errore è stato mio, nel senso che ho deciso di puntare su un genere di romanzo che non fa per me, ma tant'è...
Insomma, non mi è piaciuto e non intendo proseguire con i capitoli successivi.
StefanoRomagna - 22:11 -
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mercoledì, 20 febbraio 2008
I Sette Regni, un tempo liberi, sono adesso unificati sotto l'unica corona di Robert Baratheon, dopo anni di guerre sanguinarie e dinastie decadute. Ma c'è un vento tetro oltre la barriera che delimita i confini del mondo. Spire gelide si ammassano nel profondo Nord, sotto forma di misteri, leggende, superstizioni nascoste tra le fronde: gli Estranei.
Premono contro le svettanti mura al confine, si fanno strada lungo i sentieri tra gli alberi-diga della Foresta Stregata. Attendono il loro avvento, quando terminerà la primavera e avrà inizio il grande inverno.
Il primo tomo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco inizia con questa semplice premessa, e regala un mondo di stupefacente bellezza.
Questo ho provato, al termine della lettura dei due libri che compongono A game of Thrones, di George R. R. Martin. Dopo 800 pagine di emozioni, avventure, colpi di scena, mi è sorta spontanea la domanda: come ho potuto farne a meno?
Le enormi aspettative che avevo accumulato nel tempo sono state ampiamente soddisfatte. E' difficile spiegare la grandezza di quest'opera, bisogna leggerla per capirlo. Bisogna viverla, tra una cavalcata sulla piana del Tridente e una visita alla Fortezza Rossa. E' una storia di famiglie, in primo luogo. Le casate dei regni sono in tumulto, fragile è l'equilibrio che le mantiene unite. Da una parte vi sono gli Stark, i fieri discendenti dei Primi Uomini, dall'altra i vili Lannister di Castel Granito. Nord contro Sud, fierezza contro ricchezza. I primi hanno infatti spodestato, con l'aiuto dei secondi, la dinastia Targaryen dei draghi, che per secoli aveva detenuto il potere sul trono di spade. I discendenti, Vyserie e Danaerys vivono da esiliati oltre l'oceano, in attesa di riprendersi ciò che spetta loro di diritto.
A game of Thrones è quindi uno scontro tra civiltà, così simili eppure lontane nei comportamenti, nelle vedute.
E' una continua carrellata di personaggi indimenticabili che fanno da sfondo a una vicenda epica come da tempo non mi capitava di leggere. A decine animano la vicenda, tutti diversi e allo stesso tempo avvincenti. Impossibile non affezionarsi ad Arya la selvaggia, Bran l'arrampicatore, oppure a Jon Snow, alla piccola Sansa, così altezzosa, dolce, idealista. E' l'amore che guida quest'ultima e l'amore per il quale perderà tutto. Senza contare i Metalupi, animali più scaltri e intelligenti di quanto si possa immaginare. Ma non si possono neanche tralasciare gli adulti: Ned Stark, il primo cavaliere del Re, sua moglie Catelyn e l'insopportabile sorella, Lady Lysa Arryn da una parte, gli algidi Lannister dall'altra, capeggiati dalla viscida regina Cersei, a cui seguono a ruota il suo fratello gemello Jaime lo sterminatore di re e Tyrion il folletto. Dulcis in fundo, colma di risentimento, troviamo Daenerys la figlia dei draghi, il cui fuoco brucia, costretta a unirsi al barbaro Dhrogo.
Difficile sceglierne uno preferito, arduo è nondimeno non lasciarsi condizionare dagli intrighi che sapranno tessere nell'ombra, per il solo scopo di acquistare potere. Martin ha il dono di infondere loro la vita. Prenderanno forma, pagina dopo pagina, con disarmante realismo, tra dialoghi serrati, alleanze nascoste e tresche incestuose. Realismo è la parola d'ordine, in ogni campo della storia. Dal linguaggio alla psiche, dalle crude battaglie alle evocative descrizioni, dagli usi e costumi dei Dothraki alle rigide norme dei Guardiani della Notte, l'intera landa dei sette regni si dispiegherà ai vostri occhi. Fino al finale del Grande Inverno che arriva con allarmante velocità, tra i più belli mai scritti. Un'epopea fatta di grandi gesta, dove valori quali l'onore e la dignità si vanno a scontrare contro la corruzione, la tirannia, il male incarnato nelle spade. Dove la potenza di una casa reale alberga negli stemmi delle bandiere, tra i merli dei castelli e trova la pace nel giardino degli Dei, sotto i rami dell'albero-cuore. Non avrete certezza alcuna, tanta e tale è la bravura dell'autore nel dispiegare i tranelli. Per un personaggio che nasce, un altro non vedrà il tramonto, per ogni battaglia vinta, una nuova guerra scoppierà dal nulla. A game of Thrones è un intarsio di vite e destini legati l'uno all'altro, è una girandola di eventi più grande degli stessi protagonisti, è una pregevole opera d'arte.
Un mondo pulsante, la cui ricchezza è stata appena scalfita. In un sol colpo Martin decapita Tolkien, lancia Brooks giù da un dirupo e sale sul mio personalissimo trono di spade quale migliore scrittore fantasy in assoluto. Dopo morti violente e infimi tradimenti, l'unico vero delitto sarebbe non leggerlo.
StefanoRomagna - 22:10 -
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lunedì, 18 febbraio 2008
Altro episodio del mio esperimento horror: c'è un richiamo a King, nascosto nel testo e semplicissimo da trovare. Vediamo chi sarà il primo! Buona lettura.
Lo sventurato giorno in cui Lacey raccolse Mo' da terra era iniziato senza problemi. Una mattina tranquilla, seguita da un pomeriggio ancor più quieto. Un fine settimana da passare al chiuso, con Rachel che puliva casa e giardino mentre Martin si occupava della spesa al Mall di Tortenn Road.
Poi il litigio tra i coniugi Trevor aveva rovinato tutto.
Urla, imprecazioni, parole che alla bambina, pur non comprendendole, lasciavano intuire sgradevoli significati. Succedeva già da tempo che i due non andassero d'accordo, ma la violenza raggiunta in quell'occasione per Lacey fu diversa e intollerabile, costretta com'era a sorbirsela gratuitamente. Cosa più importante, la bambina non capiva che bisogno ci fosse di scaldarsi tanto. Perchè alzano la voce?, pensò indispettita. Poi si ricordò che aveva già posto quella domanda, e la risposta ricevuta era sempre stata la medesima: "Tesoro, non immischiarti. Sono cose da grandi!"
"Essere grandi fa schifo", aveva sentenziato di rimando.
Persino il cane se ne stava in disparte, sotto una sedia e con le orecchie tese al minimo rumore. La decisione di uscire di casa per abbandonare quel tugurio di bestemmie venne prese a cuor leggero. Rubò un tramezzino dal frigorifero, lo avvolse in un fagotto, e aprì la porta d'ingresso incurante del tempo ballerino e dell'imminente crepuscolo. Lo fece lentamente, senza fare rumore, ma anche se l'avessero sentita, dubitava del loro interesse. Quando gli "stronzo" e "vai al diavolo" volavano come fulmini, anche la sua coscienza infantile sapeva che c'erano questioni più gravi da risolvere.
Troppo presi a sbraitare, nessuno notò la sua mancanza.
Una volta chiusa la porta, le voci divennero ovattate, e sempre più lontane quando Lacey s'incamminò per Bohemian Lane. L'aria fresca le procurò piacevoli sensazioni. Lontana dall'opprimenza di quella casa, pensò di non volerci più tornare. Il sole era uno spicchio luminoso in procinto di scomparire. Lanciava tenui bagliori lungo ogni finestra del vicinato. Autunno alle porte, gli alberi iniziavano a spogliarsi delle loro foglie.
Hellen Spotts la vide uscire nonostante fosse indaffarata con il giardino.
Grassa come un bue, gocce di sudore le imperlavano la fronte mentre lavorava la terra con le dita gonfie.
Sollevò la testa verso la strada. Un vago cipiglio interrogativo le colorò il viso di fronte alla creatura di otto anni che stava abbandonando il nido familiare, da sola e a quell'ora. Il suo sguardo si posò su quello di Lacey, oltre la staccionata. Stava per chiederle dove fosse diretta, dominata dalla sua curiosità pettegola, ma si morse la lingua e abbassò il tiro. "Non sono affari che mi riguardano", disse a bassa voce, e si sorprese quasi di sè stessa. Dopo essersi sistemata l'orrenda bandana viola che portava in testa, terminò di annaffiare le begonie lanciando un ultimo dei suoi sguardi bovini verso Lacey, e tornò dritta a casa senza avvertire nessuno. La bambina la vide rientrare, la faccia contratta in una smorfia. Detestava Hellen Spotts, quasi quanto la detestava sua madre. Odiava il suo continuo fare domande, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, lo sporgersi oltre le siepi con scuse sempre diverse che ambivano allo stesso, fastidioso fine: ficcanasare in giro. Soprattutto, Lacey odiava il suo gatto, libero di muoversi ovunque nel quartiere e di combinare guai, tra cui rubare la carne cruda lasciata a scongelare sul davanzale delle finestre. Il Re del vicinato, lo avevano chiamato, e più di una volta i Trevor erano stati costretti a segregare in casa il loro cane per paura che presto o tardi lo avrebbero sorpreso con il corpo inerte del felino tra le fauci. Persa la stima degli Spotts, che gran soddisfazione poterlo seppellire nel cimitero degli animali!
Lacey proseguì la passeggiata solitaria, benedicendo ogni metro tra lei e Breadford Road, con le foreste ai lati della statale che le facevano compagnia. Una lunga fila di automobili aspettava in coda il verde del semaforo, per lo più turisti diretti al lago i cui mezzi sembravano quasi scoppiare per la selvaggia quantità di cose stipate al loro interno.
Vide un grosso camper passarle vicino, il vociare del conducente lamentarsi per il traffico. Poi si soffermò sulle barriere d'alberi, che come un muro circondavano l'orizzonte da ogni punto cardinale. Si sentì rapita da quello spettacolo naturale, fatto di rami sinuosi contornati dal giallo, sempre più simile all'oro di Ottobre. In quell'esatto momento seppe dove sarebbe andata. Un luogo dove avrebbe trovato la pace, dove nessuno l'avrebbe disturbata, anche se solo per poche ore: Tips Lock, il bosco vicino.

StefanoRomagna - 16:20 -
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martedì, 12 febbraio 2008
La cucina era permeata dal genuino odore del bacon fritto, un profumo che sapeva di vita e famiglia.
Le tende bianche alle finestre rasserenavano l'ambiente, lasciando filtrare la luce del sole. Splendeva, in quel cielo blu parco di nuvole.
Lacey consumava la colazione con voracità, la forchetta che infilzava il cibo e lo portava alla bocca in un movimento meccanico. Spazzolò il contenuto del piatto senza mai alzare lo sguardo. In quel momento non c'era altro che le importasse se non la fragrante pancetta accompagnata da uova strapazzate. Quando ebbe terminato, mandò giù il pasto con abbondante latte fresco. Solo allora notò sua madre dall'altra parte del tavolo, che la fissava. C'era un timore quasi reverenziale in quello sguardo. Oltre la stanchezza delle occhiaie, oltre il verde delle pupille si annidava il puro sentimento di una madre in pena, e il silenzio non potè che amplificare quelle emozioni malcelate. Dilatava tutto, il silenzio. Rendeva ogni attimo lungo come l'infinito.
"Dobbiamo parlare, tesoro", disse Rachel. Si grattava le mani, stringeva le dita le une contro le altre, ma non vi era rimedio per il prurito nervoso. Le tempie le pulsavano, l'emicrania si faceva strada. Le doleva ogni parte del corpo a causa della caduta, eppure era lì con lei, a massaggiarsi ogni tanto l'ematoma sulla fronte. Pendeva dalle sue labbra.
Lacey annuì senza dire nulla, conscia del fatto che non poteva tirarsi indietro. Benchè fosse solo una bambina era già consapevole che i problemi andavano affrontati, le paure superate affinchè non si ripresentassero. Era stata poco accorta, ma mai stupida. E come poteva spiegare a sua madre di Mo'? Lei per prima non sarebbe riuscita a distinguere il sogno dalla realtà, la trance dalla vita. Deglutì l'ultimo sorso di latte, trattenendo un rutto. Poi ricambiò lo sguardo della madre, mentre nel cervello si ammassavano a milioni le parole giuste da scegliere, le spiegazioni che Rachel cercava così disperatamente.
"Io e tuo padre siamo preoccupati per te, Lacey", si lasciò sfuggire la madre in tono sommesso.
"Non si direbbe, dato che lui non è qui", la fulminò lei. Gli occhi fiammeggiarono di risentimento. "E' andato a sostituire il vetro della finestra, amore", ma Rachel sapeva che la figlia aveva toccato un nervo scoperto. Si affrettò a reindirizzare il discorso verso lidi più controllati.
"Non capiamo cosa sta succedendo, perchè ti comporti in modo strano. Vorresti dirci cosa non va?"
"Sto bene", rispose lei, e il tono fu quello di chi non intende aggiungere altro. Ma Rachel la raggiunse, sedendosi vicino. Poi la sua mano si posò sulla sua, e ne sentì la pelle morbida e la vita scorrere al di sotto. "Tesoro, è importante."
Gli occhi divennero lucidi per un secondo solo, poi l'autocontrollo della donna che era sempre stata tornò alla ribalta. Non poteva mostrarsi così debole. Non poteva tradire la minima paura se dalla paura voleva guarire sua figlia. "Da dove viene Mo'? Dove l'hai trovata?"
"Nel bosco", disse, e la frase le pesò come un macigno tra le viscere.
"Nel bosco? Come sarebbe a dire nel bosco? Pensavo te l'avesse prestata una tua amica."
"Ti ho mentito, mamma."
Tornò il silenzio, quel fastidioso momento ovattato che si nutre d'imbarazzo. Poi Lacey proseguì: "l'ho trovata a Tips Lock, sotto il ceppo di un albero."
Ma Rachel non capiva, e iniziava a perdere la calma.
"E perchè l'hai raccolta? Non ti ho forse detto che non puoi prendere tutto quello che trovi in giro? Perchè l'hai fatto?"
La bambina sentì vivido il macigno nelle viscere che riprendeva a tormentarla. "Perchè me lo ha chiesto", rispose.

Come al solito, i disegni sono a cura di Comicfun.
StefanoRomagna - 22:51 -
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lunedì, 11 febbraio 2008
Di Richard Matheson e il suo libro-capolavoro, Io sono Leggenda, avevo già sentito parlare ben prima che le major hollywodiane si decidessero a farci anche un film. Tuttavia, la pubblicità martellante ha contribuito a farmelo leggere solo adesso.
E una volta tanto, udite udite, mi sento pure di ringraziarla, la pubblicità. In caso contrario avrei perso molte emozioni e spunti di riflessione.
Io sono Leggenda è infatti un piccolo gioiello. Robert Neville, biologo di talento, si ritrova, dopo una non precisata apocalisse dovuta a un virus incurabile, l'ultimo uomo sulla faccia della terra. Ultimo nel senso che è l'unico a disporre delle "civili" capacità cognitive e di raziocinio. Milioni di vite sono passate al Creatore, mentre la restante, enorme percentuale si è ridotta a esseri misteriosi, cattivi, affamati. Reietti, oserei dire.
La storia non gira intorno alla questione, ci si butta proprio a capofitto. Si parla di vampiri, croci, aglio, persone guidate dal puro istinto del sangue, dello sfamarsi. Come nella migliore tradizione, abbondano gli stereotipi, i richiami all'occulto.
La differenza tra Stoker e Matheson è però rilevante, poichè è un virus ad aver causato la mortale epidemia e di conseguenza il contagio dell'intera popolazione mondiale. I vampiri vengono quindi studiati con un approccio scientifico molto curioso, peculiare e inedito, senza nessuna contaminazione folckloristica.
Non avendo le basi per contestare tale visione, posso quindi ritenermi piacevolmente sorpreso dagli esperimenti dell'autore. Esperimenti che saranno anche del protagonista, disperato eppure determinato nel trovare una cura adatta. Un uomo ridotto a relitto, perso tra l'alcool e l'ascolto di buona musica classica, barricato in casa mentre loro, quando cala la notte, regnano incontrastati. Io sono Leggenda è un romanzo breve che si legge in un soffio, un sospiro, lo stesso che tirerete ogni qual volta la situazione lo richiederà. Non è un horror puro, nè si può parlare di fantascienza. E' semplicemente una storia che fa dell'introspezione personale il suo cavallo di battaglia, della solitudine un valido mezzo per riflettere. Un libricino a cui mostri sacri come Stephen King e John Romero devono la massima gratitudine, tale e tanta è la portata dell'opera.
E' una lotta estrema, continua, per la sopravvivenza che si gioca nei sobborghi di Los Angelese. Ogni mezzo è lecito, ogni ora, giorno, tramonto guadagnato ha la sua importanza, il suo peso rilevante. Ogni paletto deve trovare il suo cuore, liberare anime che non hanno scelto un destino tanto amaro.
Fino al finale da cardiopalma, che spiazza e conferma quanto Matheson sia geniale, lungimirante, e saprete cos'è davvero la Leggenda.
Raramente mi era capitato di leggere un tale e repentino cambiamento prospettico.

"Oh, parla ancora, angelo della luce..."
William Shakespeare, Romeo and Juliet
Contact è un'altra perla di assoluto valore, sebbene in un caso che definirei più unico che raro, non regge il confronto con lo splendido film che è stato da esso tratto. Eleonor Harroway è un'astronoma che lavora per il Seti, organo adibito alla ricerca di intelligenza extraterrestre attraverso l'uso di potentissimi radiotelescopi. Donna di eccezionale tenacia, Ellie un giorno scopre l'arrivo un messaggio da Vega, proprio al centro della costellazione della Lyra, sotto forma di misteriosi ed emblematici numeri primi. Numeri primi che si ripetono in continuazione, e con una potenza di banda inaudita.
Per la peculiarità dei contenuti, si capirà immediatamente che tale messaggio non è frutto di fenomeni naturali, ma una vera e propria prova che la vita al di fuori della Terra esiste, e bussa alla nostra porta. Questo è, in poche e semplici parole, l'antefatto di un romanzo straordinario. Il messaggio è solo l'inizio di un proficuo scambio d'informazioni che permetteranno la costruzione di una macchina dai poteri sconosciuti. Un affresco cosmico, quindi, che cambierà per sempre e sotto tutti i punti di vista il mondo come lo conosciamo. Una lettura bellissima e piena di sentimento, che al pari del lungometraggio sconvolge, commuove, appassiona. Una verità primordiale, capace di sovvertire la fede, la ragione, e che tanto quanto Ellie, lascia il lettore estasiato di fronte a tutti quei dubbi che finalmente trovano una seppur minima spiegazione.
L'autore e astronomo, il compianto Carl Sagan, tocca la vera essenza umana innumerevoli volte, tra una scalata al potere, lo scetticismo dei più e la meravigliosa vertigine di Vega, fino a portarci al centro della galassia, in un silenzio tra le stelle che non è più tale. Questo, a mio avviso, è il vero reale Contatto tra mente e cuore, un frammento di quanto rari, preziosi e soli noi tutti siamo di fronte all'immensità dell'universo, e quindi motivo sufficiente per non perdersi questo libro. Toccante, ogni più rosea previsione, anche se, ripeto, il film è ancora meglio.
"Se fossimo soli nell'universo, sarebbe un enorme spreco di spazio..."
StefanoRomagna - 18:56 -
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venerdì, 08 febbraio 2008
Il mattino arrivò in fretta, lasciandosi dietro quella notte.
Molte erano le domande in sospeso, ma ciò che appariva evidente, invece, era quanto Lacey si fosse ripresa in fretta. Nelle poche ore precedenti si era quasi compiuta una metamorfosi all'inverso. L'ombra di Mo', che l'aveva sovrastata per mesi senza che nessuno si accorgesse di nulla, era stata scacciata via dai tiepidi raggi del sole, ma non la sua influenza. Non del tutto. E si percepiva ovunque, lì, che qualcosa non andava.
Rachel e Martin abbracciati, nel silenzio di quel pianerottolo che non sarebbe stato più lo stesso. Incapaci di arrivare a una spiegazione logica, una sola, dannatissima ipotesi che potesse evitare di far loro dubitare del comune senso della ragione. Avevano parlato di cure mediche, esorcismi, fino a percepire il vago senso d'urgenza che incombe quando si dubita che un episodio sia realmente accaduto. Allucinazione collettiva? Suggestione indotta da qualcosa e talmente forte da tramutare in vera massa una paura solo immaginaria?
No, questo lo sapevano entrambi. Non era negli angoli bui delle loro menti che Mo' si era annidata. Non nelle gallerie interiori della figlia che si era fatta strada. Mo' era reale, fatta di pezza, spago e bottoni. Senza contare i vetri della finestra esplosa, il cane scomparso e... le minuscole orme sul pavimento.
Se ne accorsero dopo. Piccole, puntini quasi invisibili se non in controluce. Andavano a percorrere tutta la cucina, fino a raggiungere la finestra rimasta ancora aperta. L'orrore di una scoperta del genere fu ben più che aberrante.
Era indescrivibile al punto da mozzare il fiato. Era un pugno ben assestato che mina ogni certezza, la spinta decisiva che fa barcollare.
Poteva camminare, indisturbata, e addirittura arrampicarsi sul mobilio?
Una bambola?
"Non voglio che torni, mamma", disse Lacey facendoli sobbalzare. Corse verso Rachel con le braccia aperte, vogliose di un abbraccio. "Non fatela tornare", ribadì, e presto la voce fu rotta dai singhiozzi.
StefanoRomagna - 20:00 -
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martedì, 05 febbraio 2008
venerdì, 01 febbraio 2008
Inauguro un'altra categoria, dove troverete quelli che considero i miei post più belli, i più significativi, una finestra verso il mio mondo interiore. Avrei voluto farlo prima, colgo l'occasione adesso, tra un esame e l'altro.
Tristi, intimisti, magari anche noiosi, per me sono importanti perchè importante era il periodo in cui sono stati scritti. Nel bene e nel male, io non dimentico mai. Ogni cosa è preziosa, ha il suo perchè, persino il dolore. Li dedico a chi mi fa compagnia da mesi, e li conosce già, ma anche a chi, al contrario, si è appena aggiunto a questo viaggio. Li trovate qui. Buon weekend.
Ps: ricordate che se pensavate di votarmi agli Z award, il termine ultimo per farlo è stasera, entro mezzanotte. Dopo non sarà più possibile.
Se pensavate, al contrario, di non votarmi, pazienza. Vorrà dire che mi segno l'indirizzo ip di chiunque passa da qui e inizio a stanarvi! Uno ad uno! D'altronde la mia lupara è rimasta impolverata per troppo tempo! 
StefanoRomagna - 19:08 -
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