domenica, 30 settembre 2007

Buona sera a tutti.
Colgo l'occasione per salutare i membri della commissione del Bardica, il primo concorso letterario Fantasy a cui abbia mai partecipato, che se la staranno spassando alla Tana del drago fumante a Soncino, luogo che con grande rammarico non mi è stato possibile raggiungere. Il concorso, 500 gocce d'inchiostro, mi ha stimolato e insegnato molte cose, anche se il mio brano non è arrivato tra i finalisti nè tra le menzioni d'onore. Distillare un'idea, una storia autoconclusiva con un limite tanto ridotto di parole non è stato affatto semplice. Per questo motivo ho preferito, pur attingendo da un contesto a voi familiare ma con un personaggio del tutto inedito, descrivere una scena e ruotare attorno a essa. Un attimo di un'avventura molto più vasta, piuttosto che un racconto vero e proprio.
E' un pò lenta, ma crearla è stato divertente. Spero sia di vostro gradimento.


L’ULTIMO VOLO DI DERFEL

Quando Derfel l'Amazzademoni arrivò in cima al monte Erb, pensò di non essersi mai stancato tanto in vita sua. Era riuscito a scappare al nemico per un soffio, camuffandosi con la grazia e maestria che solo lui sembrava conoscere. Scrutò il paesaggio che, tenebroso pinnacolo, pareva prostrarsi al suo cospetto in pacato sussiego. Erano stati giorni duri, quelli dopo le battaglie di Mengholl-Irb. Il dolore pulsava ancora forte come il sangue nelle vene e le cicatrici sulla pelle. Pur non avendo fallito, era consapevole che ancora molto andava fatto per porre fine al dominio oscuro.
Ma da quell'angolo di mondo incomparabilmente più alto, riusciva finalmente a vedere tutto nella giusta prospettiva. Adesso sapeva come agire. Ebbe una fitta al cuore. La maledizione cominciava a fare effetto, non gli sarebbe rimasto molto tempo. Sentiva il veleno appropriarsi delle membra senza il minimo ritegno.
I pensieri indugiarono su Kora, che nei recessi della sua mente cavalcava libera, inondata dai raggi dell'arco d'argento, cristallizzata in un ricordo lontano, ma non per questo meno prezioso o dimenticato. Se li teneva stretti, quegli sprazzi d'esistenza, poichè null'altro gli era rimasto. Steli d'erba in pugno, così sottili, così sfuggenti. Lo colpì un'altra fitta. Barcollò per un istante, poi si volse deciso a metter fine alla questione. Il terreno sfrigolò sotto i suoi passi quando raggiunse il culmine del costone roccioso.
Ogni angolo di Namaeria da quell'altezza sembrava farsi piccolo, mentre il gelido vento del Nord si sfogava in violente sferzate.
Il bosco di Toradir riluceva di verde oscurità da leghe di distanza. Era come un faro malefico, un canto delle sirene dalla mortale efficacia. Ma era la sua meta, e non vi era modo d'atterrarvi se non in volo, poichè le fronde degli alberi all'apparenza così placide erano invece custodi di un terribile incantesimo. Derfel esitò, pur sapendo da eoni che quei momenti sarebbero arrivati. Indietreggiò, e nel momento più fragile di tutti lo colse la paura. Tremava visibilmente, pensando a ciò che lo aspettava. Streghe, spettri, e quant'altro partorito da quell'inferno. Abomini da sradicare che nulla avevano a che fare con ciò che aveva già combattuto. E poi la sentì, la voce nella sua testa. Sussurrava con le parvenze di un usignolo che tutto sarebbe andato bene. La donna che amava era lì con lui, nell'attimo che avrebbe decretato il successo o il fallimento. Ne sentì il profumo, l'odore, persino lo sguardo. Riprese coraggio, pronto per la resa dei conti. Si mise a correre, rendendo inquieta la spada tintinnante che giaceva nel fodero allacciato al fianco. Con un balzo si gettò nel vuoto, e la caduta fu da mozzare il fiato. Precipitò, velocissimo, fondendosi in un tutt'uno con le nuvole dell'aurora. Un attimo dopo riemerse dal candore, con le ali spiegate che rilucevano come membrane ai raggi del primo mattino, in un universo di sfumature. E dalla cima del monte Erb, ormai lontana, lo si poteva quasi veder sorridere, poichè il suo ultimo, lussureggiante volo non gli era mai parso tanto bello.

StefanoRomagna - 20:07 - Permalink - commenti (52) - commenti (52) (popup)

Categoria: fantasy, carriera

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giovedì, 27 settembre 2007

…Into this wilde Abyss,
The Womb of nature and perhaps her Grave,
Of neither Sea, nor Shore, nor Air, nor Fire,
But all these in thir pregnant causes mix't
Confus'dly, and which thus must ever fight,
Unless th' Almighty Maker them ordain
His dark materials to create more Worlds,
Into this wilde Abyss the warie fiend
Stood on the brink of Hell and look'd a while,
Pondering his Voyage...


…In quel selvaggio abisso,
grembo della Natura e, forse, tomba,
che non è mare o sponda, aria o fuoco,
ma lor cause pregnanti in sé commiste
confusamente, in una lotta eterna,
se il Fattore Possente non costringe
queste oscure materie a farsi mondi,
nell’abisso selvaggio, cauto, Satana
sostava all’orlo dell’inferno, e vide,
e ponderò il viaggio…

John Milton, Il Paradiso Perduto, Libro II

Era da parecchio tempo che non vi proponevo estratti di letteratura inglese, ed oggi mi sembrava il caso di rimediare.
I versi in questione appartengono a John Milton, autore che m'affascina moltissimo e che ho già postato qualche mese fa sempre nella medesima sezione del blog.
Tuttavia, questo passo appartenente al suo capolavoro, il poema epico Paradise Lost, non è fine a se stesso. Ha, al contrario, l'intento di anticipare la mia prossima recensione, La Bussola d'Oro di Philip Pullman. Un libro di rara intelligenza e bellezza, che fonde il fantasy moderno in un contesto attuale e coerente, e che, come avrete già capito è direttamente collegato a Milton.
Non per nulla la trilogia prende il nome di Queste Oscure Materie.
Anche in questo caso, ho già avuto modo di parlarne. Se siete interessati, andate alla categoria libri e godetevi il trailer del film in uscita questo natale, tratto dal suddetto libro. Ne vale la pena.
Buon inizio d'autunno a tutti.

StefanoRomagna - 18:36 - Permalink - commenti (38) - commenti (38) (popup)

Categoria: libri, fantasy, aforismi e poesie

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domenica, 23 settembre 2007

Il dolore, assieme al freddo, era un binomio imprescindibile in casa Trevor. Non mancava mai, un pò come l'influenza di stagione o il caldo d'estate.
Non che fosse sempre stato così, poichè quella famiglia aveva comunque avuto gioie e soddisfazioni. La nascita di Lacey, in particolar modo, venne acclamata come un dono dal cielo.
I giorni successivi all'arrivo della cicogna furono i più felici che i suoi genitori potessero vantare, assieme alla prima camminata e al suono incerto della prima parola, quasi bisbigliata, dal timbro di difficile comprensione.
Quei ricordi, nell'uggioso autunno del '99, sembravano lontani al punto da ricordare reminiscenze di una vita passata o addirittura mai vissuta. Ed è sorprendente quanto la vita stessa a volte venga spezzettata in una sequenza d'eventi. Questo è degno di nota, quest'altro un pò meno, quest'ultimo va proprio scartato. Si sfoltisce il tutto come in un'attenta analisi, come i pezzi di un puzzle. Solo che i bei momenti sono sempre il fanalino di coda, e saltano fuori da dove il cervello li ha collocati non all'occorrenza, o quando possono consolarci, ma per le ragioni sbagliate e nelle situazioni meno opportune.
Rachel non ricordava, non riusciva davvero a ricordarsi l'ultima volta che aveva sorriso. Forse al primo giorno di scuola di Lacey, quando l'aveva accompagnata con il timore, anzi, la certezza, che il tempo scorreva troppo in fretta. Ma in quel caso era stato un sorriso quasi forzato dalla circostanza, una mezza smorfia del viso che aveva dato seguito ad una piccola, sincera lacrima.
Erano già passati otto anni, come diavolo era possibile? Tutto ciò che lei sapeva in quel preciso momento non riguardava portare indietro il tempo o addirittura fermarlo, anche se ne sarebbe stata lieta, ma il sentirsi inquieta. Inquieta e all'erta.
Si girava e rigirava tra le lenzuola, sudata, mentre il marito russava rumorosamente, perso in chissà quale sogno.
Il temporale era cessato, e gli sprazzi di cielo affioranti dalla grande finestra della camera da letto si presentarono sgombri e limpidi alla sua vista sbiadita.
Lo scambio di parole a denti stretti che aveva avuto con Martin solo poche ore prima, era caduto nel nulla, come se non fosse affatto esistito.  Tuttavia non per una eventuale riconciliazione, ma perchè la rabbia era stata talmente intensa da indurla a correre in bagno per i conati di vomito. Le budella le si erano attorcigliate come in preda ad un'enorme dose alcolica non gradita. Si, anche l'amore era una droga, tanto quanto il bere e il fumare, ma a differenza di quest'ultimi, Rachel non ce la faceva proprio a coglierne i lati positivi.
Si alzò dal letto, poichè la gola secca richiedeva acqua. Il parquet scricchiolava leggermente a contatto con il piedi nudi, nonostante lei facesse attenzione a non rendersi troppo rumorosa. Nel silenzio della notte i rumori parevano più intensi e sinistri di quanto si sarebbe aspettata.
Scese le scale, diretta verso la cucina. Uno ad uno percorse i gradini, lentamente, in quella oscurità. Ma quando riuscì ad intravedere l'ingresso e il comunicante disimpegno, sentì una fitta alla pianta del piede, ed inciampò su qualcosa. Non se ne rese conto, in un primo momento, perchè il dolore improvviso fu talmente lancinante da mozzarle il fiato, e pur tenendosi alla ringhiera, il gesto era stato troppo brusco per frenare la caduta. Fece gli ultimi cinque gradini in una capriola che la rovinò a terra. Sbattè la testa contro il muro, violentemente, e in quegli attimi di puro panico, le sembrò di intravedere Lacey a pochi metri di distanza.
Si sarebbe potuta confondere con le ombre della stanza, tanto era immobile, pur mantenendosi in piedi e con Mo' stretta al petto. Aveva gli occhi sbarrati e un'espressione di terrificante colpevolezza.
In quel grottesco girotondo, così appariva il mondo allo sguardo di una Rachel stordita,  si udirono poche parole, quasi sussurrate, da una voce fredda e innaturale: "non è colpa mia, me l'ha ordinato lei."
E poi, nella sua mente, prima che potesse prender corpo un qualsiasi pensiero razionale, o una spiegazione logica per una situazione tanto assurda, fu più buio del buio.

StefanoRomagna - 17:44 - Permalink - commenti (61) - commenti (61) (popup)

Categoria: esperimenti horror

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mercoledì, 19 settembre 2007

Non ci sono rimandi a King, stavolta. Per cui, concentratevi sull'estratto per critiche, suggerimenti e qualunque cosa vi passi per la testa. Felice Mercoledì a tutti.

Dopo cena, e poco prima di andare a dormire, a Lacey piaceva molto guardare la tv, nell'attesa che la tavola venisse disfatta e i piatti lavati. La bambina si sdraiò su un grosso divano di pelle, lasciando che i cartoni animati del tardo pomeriggio la allietassero per qualche breve minuto. "Vai Rabbit, acchiappa la lepre", diceva sorridente verso lo schermo. Aveva una risata incantevole e piena di vita, le volte in cui si sentiva felice. E le bastava poco per esserlo. Cambiava canale con il telecomando come se non si fosse mai trovata prima d'ora davanti ad un apparecchio televisivo, divertendosi da morire. Eppure, in quel momento di gioia,  sentiva freddo, e la bugia durante il pasto non se l'era scordata.
Anche Rachel, che era china sul lavello della cucina immobile come una statua, si guardava le mani insaponate sfregare le stoviglie. Era altrove con la testa, e non se ne sentì affatto felice. Come poteva sentirsi, d'altronde, quando era perfettamente consciente che qualcosa non andava? Come poteva mettere a tacere i dubbi, le domande, e tutta quella serie di congetture che affollano la mente di un genitore all'occorrenza di strani eventi? Non era ancora riuscita ad inquadrare il problema, nonostante i ripetuti segnali. Come se non bastasse, i litigi con il marito le avevano lasciato poco tempo per la figlia.
"Rovinerai il piatto a furia di sfregarlo in quel modo", sussurrò una voce maschile alle sue spalle. Era proprio Martin, che in un raro gesto d'affetto l'aveva raggiunta dal soggiorno, stringendola verso di lui in un abbraccio che la fece sussultare per la sorpresa. Le affiorò la pelle d'oca, forse per il tono di voce che aveva usato, o forse perchè non era ancora pronta per quel genere di effusioni. Fuori, il temporale dava il meglio di sè in copiosi getti di umide gocce. Si schiantavano, così piccole e numerose, contro il vetro della finestra, tingendo il giardino di assorta malinconia. Era freddo, il vetro, come era fredda quella casa, nonostante il riscaldamento funzionasse a pieno regime.
E il freddo, aveva imparato la famiglia Trevor,  è difficile da scacciare. Ti entra dentro mozzandoti il respiro, e quando te ne accorgi, non c'è più nulla da fare. Ti soggioga e strattona in malo modo, facendoti sentire in balia degli eventi, barcollante come una pedina mossa da qualcuno più grande di te. Quando rovini a terra, e credi che il peggio sia passato, hai già le catene ai polsi. E sai benissimo che è solo questione di tempo prima che il momento più oscuro ti afferri nuovamente. In un ciclo che non conosce tregua, e che ti rende, alla fine di tutto, immensamente vuoto, disperato, diverso.
"Tesoro, mi hai spaventata", disse con un mezzo sorriso al marito.
"Non ti ho sentito arrivare."
"Scusami."
Martin non seppe dire altro, continuando comunque a tenersela stretta, quella donna che tanto amava. Nonostante tutto.
"Volevo portare fuori il cane, ma non si trova da nessuna parte. Temo possa ammalarsi, con questa pioggia."
"Sarà andato ancora una volta a gironzolare per il quartiere, o a spaventare il gatto degli Spotts." Aprì il rubinetto per sciaquarsi le mani. Come diamine fai a preoccuparti del cane?  E solo dopo quella raggelante considerazione, Rachel si voltò, interrogativa. Non ce la faceva più a tenersi dentro le domande. Doveva sapere se il magone che covava in gola era lo stesso dell'uomo che aveva sposato dieci anni prima. Voleva capire se la salute della figlia era ancora un motivo valido per tenerli uniti. Per un attimo esitò, poi la vocina nella testa che prende il nome di coscienza, ebbe la meglio.
"Tu non hai notato niente in Lacey? Non ti sembra.... strana?" Le venne fuori dalla bocca quasi come un balbettio distorto.
Non amava usare quei termini nei confronti della bambina, ma venne allo stesso tempo scossa dalla consapevolezza che, in fondo, non c'era parola migliore. Martin spostò lo sguardo verso il salotto, inarcando un sopracciglio. Lacey sembrava calma, divertita. "Forse è solo ancora un pò scossa, Rachel. Quella notte è stata difficile per tutti. E' stata..."
"Orribile?", lo interruppe lei. "Si, decisamente si", e lo disse con una forza ed eloquenza sufficienti ad allontanarsi da lui. Tornò a sciacquare le stoviglie, con movimenti ancora più frenetici di prima. La rabbia stava montando, incontrollabile, accompagnata da un senso di frustrazione altrettanto incontenibile. Reggeva sempre il solito piatto. "C'è dell'altro, Martin. Qualcosa che non ci vuole dire."
Si voltò di nuovo, fissando il marito con sguardo severo.
"Li ho visti, i suoi occhi. Erano sbarratti dalla paura."
Poi, forse per sbadataggine, lo stesso piatto che, annegato dal sapone brillava quasi di luce propria, le scivolò di mano, e pure se per pochi centimetri la caduta all'interno del lavello fu abbastanza forte da spaccarlo in due. Rachel esplose. "Per una volta, una fottutissima volta", ribadì con voce crescente, "potresti almeno fingere che te ne importi qualcosa?"


Grazie a tutti per le 8000 visite!!!


StefanoRomagna - 17:59 - Permalink - commenti (57) - commenti (57) (popup)

Categoria: esperimenti horror

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domenica, 16 settembre 2007

All'interno del brano troverete un altro tributo a Stephen King. Non nego di provare una certa soddisfazione nel farvi spremere le sinapsi! E anche se stavolta non è così semplice come per il passato estratto, sono disposto a concedervi un piccolo indizio. Ma solo se proprio non ce la fate. :-) Esperti del Re dell'horror, stupitemi!

"Sono affamato", disse stancamente Martin Trevor tra sè e sè. Attendeva la portata principale con le mani strette fermamente su forchetta e coltello, seduto a capotavola, al centro di una sala da pranzo finemente arredata. Era a pezzi, quella sera. La giornata al Liceo Mallen si era rivelata più spossante e monotona del previsto. Bryan Smith, il nuovo arrivato, gli aveva dato un bel da fare. Martin era stato costretto a sospenderlo per comportamenti inopportuni in un'aula scolastica. Riempire d'acqua un preservativo, esporlo sulla cattedra e scrivere "sgonfiami" alla lavagna era veramente troppo anche per il suo modo d'insegnare forse un tantino permissivo.
Aveva punito lo stupido ragazzetto perchè se lo meritava, infliggendogli un provvedimento disciplinare, ma colmando solo in parte la frustrazione che si portava dietro. 
Glielo si poteva leggere negli occhi, gli stessi di Lacey, così scuri, profondi e malinconici, che il suo prossimo passo sarebbe stato rivolto verso il divano e la tv, oppure direttamente a letto, deciso a stroncare la stanchezza con dieci ore di sonno filate. Quando la figlia lo raggiunse, assieme alla madre, iniziarono a consumare il pasto in religioso silenzio. Non era loro abitudine conversare a tavola, sebbene l'istinto di cianciare tipico di ogni bambino portasse Lacey a dimenticarsene. Era una regola, non scritta, ma pur sempre una regola. Si era sempre fatto così, e nessuno se ne era mai lamentato. L'unico rumore udibile era il cozzare distorto delle posate contro i piatti di porcellana, un "mi passeresti il sale" detto senza tanta convinzione, e il vento. Si era alzato all'improvviso, trasportando con sè foglie morte e rami secchi in un turbine gelido. Non c'era traccia del cielo terso che aveva ospitato un tramonto di rara bellezza. Adesso era grigio, carico di pioggia, e sembrava che le nuvole fossero sul punto di rincorrersi, lanciandosi timidi bagliori di tuono l'una contro l'altra. "Si prospetta un autunno particolarmente freddo", esordì Rachel stringendosi le spalle. Martin annuì per un istante, per poi tornare a mangiare lo stufato che gli era stato amorevolmente preparato. Lacey, dal canto suo, non aveva fame. Guardava fuori dalla finestra gli alberi oscillare a destra e sinistra. Vedeva occhi, in quegli alberi. Vedeva ricordi che non era in grado di esternare. Troppo brutti, troppo paurosi per poterne parlare. E di questo, con un rapido sguardo, Rachel se ne accorse. "Tesoro, c'è qualcosa che non va?", chiese.
Lacey la guardò con occhi che potevano dire tutto e niente allo stesso tempo. "No, mamma", mentì.
Il terrore della consapevolezza affiorò sul suo volto come se fosse riuscito ad eludere le grinfie dell'autocontrollo. L'acqua fredda che s'insinuava tra i vestiti, la terra bagnata in cui era scivolata, il buio. Si, il buio profondo che le rendeva pressocchè impossibile distinguere un qualsiasi punto di riferimento. E quei rumori. Lontani ma vicini, deboli e forti. I battiti di un qualcosa, che le aveva dato la certezza di non essere sola, nel cuore di Tips Lock. Sentì un brivido affiorare sulla pelle. No, non poteva parlarne con nessuno. Non poteva dire di aver trovato Mo' proprio lì, quella notte. Sua madre non avrebbe capito e le avrebbe potuto dare della ladra per essersi appropriata di qualcosa che non le apparteneva. Quei rumori, battiti di un qualcosa. Gli occhi degli alberi, il vento. Trattenne a fatica un urlo. "Va tutto bene, mamma." 

StefanoRomagna - 17:45 - Permalink - commenti (56) - commenti (56) (popup)

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martedì, 11 settembre 2007

Continua il mio esperimento horror che pare stia riscuotendo consensi. Ancora una volta, buona lettura.

Casa Trevor rispecchiava esattamente ciò che ci si aspetta, a prima vista, da una famiglia medio-borghese stanziata ad Bredford Road. Bianca, sobria, priva di futili orpelli visivi, sembrava una strana via di mezzo tra un'abitazione coloniale ed una villa di campagna, pur trovandosi in città e all'interno di un quartiere densamente popolato. Il giardino, delimitato da un basso muro di mattoni da cui partivano balaustre di ferro alte come spighe verso il cielo, era ben tenuto, nonostasse cominciasse a soffrire il congenito male dovuto all'approssimarsi dell'autunno. Ad ogni modo, il vicinato non avrebbe potuto lamentarsene, poichè l'erba veniva regolarmente tagliata e le siepi mantenevano l'austero decoro di chi tiene all'aspetto estetico del luogo in cui vive. Persino i coniugi Spotts, i dirimpettai pettegoli tipici di ogni zona residenziale, non potevano che constatare con ammirazione che le loro chiacchere velenose avrebbero colpito qualcun'altro, incapaci di attecchire a cotanta perfezione. D'altronde, la reputazione era tutto per i Trevor, seconda forse solo al saper mantenere le apparenze anche in circostanze poco felici. Sapevano bene, fin da quando si erano trasferiti a Jhelis, che niente era importante, ai superficiali occhi di uno sconosciuto, quanto il fatto che tutto sembrasse a posto. C'era però qualcosa di profondamente sbagliato, in quella casa.  Qualcosa che non era possibile cogliere istantaneamente. Qualcosa che sfuggiva persino agli Spotts e travalicava il mero concretarsi in metafora. Forse a causa del grazioso cancello d'ingresso, o la buca delle lettere ridipinta da poco, oppure per la calda illuminazione notturna che esaltava gli spazi in rasserenanti chiaroscuri. L'attenzione alla camera di Lacey, le cui imposte della finestra erano sempre, misteriosamente chiuse, veniva dunque sviata verso lidi più stimolanti per pupille e considerazioni.
La voce di Rachel Trevor arrivò chiara e perfettamente udibile. Si espanse attraverso le stanze come la fragranza della cena pronta per essere servita. La bambina, che era appena rientrata in punta di piedi, corse su per le scale senza rispondere. Se la madre si fosse accorta che era uscita, a quell'ora per di più, si sarebbe arrabbiata parecchio.
Poggiò Mo' sul letto e fece appena in tempo a sedersi sulla sedia adiacente al tavolo giocattolo di plastica colorata, quando sentì passi cadenzati arrivare dal pian terreno. "Lacey?"
Rachel stava salendo le scale per accertarsi che fine avesse fatto la sua scavezzacollo. Era pensierosa, e mille preoccupazioni le balenavano in testa. Quando entrò nella stanza, ovviamente senza bussare, trovò la figlia intenta a preparare un finto thè ai suoi pupazzetti, come se fosse sempre stata lì. Sorrise, guardando quella ridicola messa in scena che per i bambini ha importanti significati nascosti.  Poi scandagliò l'ambiente come solo l'occhio critico di una madre sa fare, e vide Mo' stranamente in disparte sul letto, pendere da un lato del lenzuolo. Si chiese per quale motivo non fosse assieme ai peluche che Lacey stava intrattenendo. A dire il vero, erano tante altre le domande che avrebbe gradito farle. Si trattenne, suo malgrado, poichè non voleva sentirsi colpevole di interroppere un momento tanto piacevole per la figlia. Giocare, per i bambini, equivale a rifugiarsi in un mondo tutto loro,  che agli adulti rimarrà sempre inaccessibile. "A tavola", sussurrò infine, invitandola bonariamente a scendere. Nella frazione di tempo intercorsa tra il fare uscire la bambina e chiudersi la porta alle spalle, il bottone della bambola si staccò nuovamente dall'orbita di stoffa. E nel silenzio racchiuso tra le quattro pareti, nella debole luce di una lampada incapace di rischiararne i tratti, un altro, spettrale lamento prese forma.


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Categoria: esperimenti horror

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venerdì, 07 settembre 2007

Ecco la seconda parte del racconto. Ho pensato fosse carino aggiungere un piccolo tributo al re dell'horror. Non è difficile da scovare, per chi lo conosce bene. Buona giornata.

La bambina avrebbe impiegato ben venti, lunghi minuti a passo spedito per raggiungere l’abitato di Jhelis. Il sentiero si faceva strada tra il fogliame, ed in alcuni punti scompariva del tutto per lasciare spazio al sottobosco. Ma per Lacey non era mai stato un problema, quel genere di tragitto. Dopo essersi smarrita a Tips Lock, nel cuore della notte, aveva sviluppato una sorta di rispetto per gli alberi. Li sentiva, organi in movimento, pulsare sotto la ruvida corteccia come un’unica entità, e sapeva che da loro nulla aveva da temere, nonostante faticasse a celare, delle volte, un timore antico che non riusciva a spiegarsi. Dopo quelle ore, rannicchiata tra le radici nell'attesa che il temporale cessasse, pensò che non avrebbe più avuto alcuna paura, in vita sua. Ricordava ancora come fosse ieri il fragore dei tuoni, i lampi dei fulmini squarciare il buio, e l'acqua scrosciante. Gelida. Le era entrata nelle ossa mentre tutto intorno sembrava prendere vita, in una dansa macabra di ombre.

Trotterellò di buona lena fino a raggiungere la strada asfaltata di Bohemien Lane, la grande arteria che attraversava Jhelis nella sua interezza, terminando, quattro chilometri più a nord, all’imbocco dell’autostrada.
Con lei c'era solo Mo', tenuta per il braccio di pezza, inerte. Il resto del corpo oscillava da una parte all'altra in accordo con l'andatura della bambina. La testa, piegata verso destra, sembrava guardare verso il terreno, una visione sfocata dovuta al movimento. Il bottone sussultò più volte. Da lì a breve, avrebbe necessitato di un nuovo rammendo. “Welcome to Jhelis” ammiccava timidamente a caratteri sbiaditi su un cartello che era stato agganciato a più o meno metà della lunghezza, sul tronco di un grosso abete. Una disordinata fila di automobili attendeva in lontananza il proprio turno per abbandonare l’abitato, molto frequentata da pendolari interessati a lavorare come operai e impiegati nella segheria più importante di tutta la contea.
Le foreste si erano rivelate un vero e proprio affare per la comunità locale, sebbene l’opera di disboscamento fosse attentamente monitorata e bilanciata da continue opere di semina. Per ogni albero tagliato, un altro veniva piantato non molto lontano da lì. Quando la bambina arrivò a casa, la cupa luce del crepuscolo inondava la pianura con tinte sanguigne, mentre gli ultimi raggi erano sul punto di estinguersi dall’orizzonte e Venere splendeva già alta in cielo.

StefanoRomagna - 14:10 - Permalink - commenti (55) - commenti (55) (popup)

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lunedì, 03 settembre 2007

La settimana scorsa ho avuto un incubo. Forse è solo l'effetto di ben tre libri di Stephen King letti di seguito, ma tutto ciò che ho postato è il risultato per iscritto di quelle ore disturbate.
Non so se andrò avanti in un racconto, mi limiterò a questa semplice paginetta o se ne verrà fuori un romanzo vero e proprio. Ho la propensione a lasciare che siano le storie a guidarmi, non viceversa, spero solo possa ugualmente intrattenervi. Buona lettura.

Lacey

Rabbia, profonda rabbia. Lo sguardo di Lacey Trevor trasmetteva questo, nei pochi sprazzi di nera consapevolezza che lasciava intravedere oltre le lenti. Stringeva la sua bambola di pezza come se fosse sul punto di strangolarla, tagliarne l'esistenza come un brusco e secco colpo d'accetta.
Le dita si contrassero nel gesto, mettendo in evidenza le vene sinuose scorrerle sotto la pelle. "Sei stata cattiva", disse a denti stretti rivolta al giocattolo. La guardò con un misto d’odio e irriverente nervosismo. Alla bambola mancava un occhio. In uno, di inquietante vetro trasparente, sembrava scorrere il cielo, tanto era lucido e riflettente. Veniva pulito con cura ogni volta che risultava necessario. Dall’altro capo del volto, nel punto esatto in cui una persona tasterebbe con le dita un’orbita irrimediabilmente vuota, era invece stato cucito un bottone dalle sfumature brunite. I continui rammendi da parte della madre ne avevano però trasformato la finalità d’intenti in un pasticcio di fili slegati dal tessuto.
Mo’, questo era il nome che la sua padrona le aveva dato, era, in sostanza, decisamente malconcia. Un po’ come tutti gli oggetti che i bambini adorano maneggiare e da cui mai si separano, aveva un’aria vissuta, ma non per questo meno spaventosa. La bocca era una fessura marrone dai bordi rovinati, un orifizio mancato che le dava l’espressione impassibile di un cadavere, mentre la gamba destra era stata riattaccata, al pari dell’occhio-bottone, senza apparente cura, risultando in una specie di cicatrice fatta di spago. Non che Mo’ potesse lamentarsi, ma era perfettamente evidente quanto il suo aspetto estetico fosse un dettaglio trascurabile. Lacey, che le si rivolgeva come se fosse una persona, non le serbava certo parole dolci. Era già successo, in passato, che si arrabbiasse in quel modo.
"La prossima volta, giuro che finisci tra la spazzatura", urlò al vento, infastidita. La sbatté a terra con forza in un moto d’ira che non riuscì a controllare. La bambola rimbalzò, per assestarsi a pochi passi da lei, a testa in giù. Per un attimo ebbe quasi l’impressione di sentire un lamento. Rimase per un minuto a contemplarla, come se si aspettasse un accenno di movimento. Sbuffò, indispettita, perché non vi era stata alcuna reazione. "Sai che non lo farei mai", aggiunse infine in una sorta di cantilena distorta dal sapore riconciliatorio, e poi, dopo essersi allacciata le scarpe, la raccolse come se niente fosse accaduto e decise che forse era ora di muoversi da lì. Il bosco di Tips Lock non rappresentava esattamente l’immagine di luogo idilliaco, benché meno a quell’ora, in cui il sole volge al tramonto, e in quel periodo dell’anno, quando le foglie hanno la romantica propensione a staccarsi dai rami degli alberi. Un luogo che, secondo le chiacchiere della gente, era inadatto e sconveniente per una bambina come Lacey.
Guardò per un istante le fronde sempre più scure sbattere lievemente. La luce del giorno l’avrebbe presto abbandonata. E poi indugiò, curiosa, sul corpo del cane che giaceva morto nei pressi di una quercia. Accasciato tra le massicce radici che spuntavano dal basso, sembrava tramortito. Ma gli occhi vitrei, le fauci socchiuse e la postura immobile non mentivano. Qualunque cosa fosse accaduta, se n’era andato, e in modo poco felice. La bambina sbatté le ciglia un paio di volte, perplessa, e dopo aver studiato la lingua trafitta dagli stessi denti dell’animale, con la medesima aria serafica che l’aveva condotta laggiù, abbandonò la radura nella più quieta calma.


StefanoRomagna - 14:40 - Permalink - commenti (42) - commenti (42) (popup)

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